Mocenigo Piero

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1756

PIERO MOCENIGO Di Venezia. Doge.

1400 – 1476 (febbraio)

Anno, mese Stato, in proprio Avversario Azioni intraprese ed altri fatti salienti
1442 Venezia Corsari catalani

Sopracomito nella squadra del capitano del Golfo Antonio Diedo insegue i corsari catalani che infestano le acque delle Puglie. Una furiosa tempesta lo obbliga a riparare, con il Diedo ed un altro sopracomito di casa Dandolo, nel porto di Brindisi. Fatto prigioniero è condotto a Napoli. Viene fatto liberare dal re Alfonso d’Aragona a seguito dell’ intervento dell’ambasciatore della Serenissima a Napoli Zaccaria Bembo.

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Si distingue come uomo di toga coprendo via via le cariche di consigliere ducale, di savio e di procuratore di San Marco che fanno parte del suo “cursus honorum” civile.

1464 Venezia Impero ottomano

E’ scelto con Cristoforo Moro a dirigere la flotta nella crociata proclamata dal papa Pio II.

1470 Venezia Impero ottomano

Ha il comando della flotta al posto di Niccolò da Canal. Scorre nell’arcipelago. Vi sono trattative di pace con gli ottomani: al loro fallimento la guerra riprende con vigore.

1471
Estate

Trascorre i mesi invernali nel rimettere in ordine la flotta. Si collega con 3 galee dell’ordine dei cavalieri di Rodi ed altre 10 aragonesi condotte da Galceran di Requesens e depreda nuovamente le isole dell’arcipelago. Sbarca in Asia Minore, di fronte all’isola di Chio (Khios), e saccheggia il circondario. Piero Mocenigo raggiunge poi Modone (Methoni), dove giungono anche i due nuovi provveditori della flotta Stefano Malipiero e Vittore Soranzo. Rafforza le sue squadre con navi, rematori e milizie, specie di stradiotti albanesi. Lemno (Limnos) è danneggiata da un terremoto. Piero Mocenigo vi si porta e ricostruisce il castello di Cocino. Si avvicina all’isola di Mitilene (Mitilini); da qui opera un nuovo sbarco in Asia Minore presso l’antica Pergamo. Occupato il castello ne devasta i dintorni mettendoli a ferro e fuoco. Viene respinto un corpo di cavalleria turco giunto in soccorso degli abitanti. Ritorna indietro ed approda all’isola di Santa Panaia: ad ogni soldato è dato un ducato d’argento per ogni testa di turco consegnata. Tale consuetudine rimarrà per qualche tempo nell’esercito della Serenissima.

Autunno

In altre due spedizioni infesta le isole vicine alla Caria (tra esse vi sono Cnido e Delo/Delos); rientra in Morea a Napoli di Romania (Navplion). A Capo Maleo si congiunge nuovamente con Galceran di Requesens che conduce 17 galee: prima vi è una salve di cannoni a titolo di saluto tra i due capitani, poi un abbraccio reciproco. Insieme si trasferiscono a Modone; qui Piero Mocenigo si rifornisce del necessario e, sempre con il Requesens, si porta nelle acque di Rodi (Rodhos) senza aspettare l’ arrivo della squadra pontificia. Sbarca a poca distanza dal castello di San Pietro di fronte all’isola di Coo (Kos) ed occupa nottetempo una fortezza: i turchi ne vengono scacciati. Un grande bottino è pure riportato nella conquista di Tabia. Piero Mocenigo e Galceran di Requesens proseguono nella loro spedizione saccheggiado le coste della Caria. Compaiono le galee pontificie: il Mocenigo si indirizza ora su Samo (Samos). La flotta ammonta a 85 galee: 10 pontificie, 2 dei cavalieri di Rodi, 17 aragonesi e 56 della Serenissima. Salpa dall’isola di Samo; giunto a Capo Celidonio (Karatas Burun) entra nel golfo di Satalia (Antalya). Secondo i piani Vittore Soranzo deve entrare nel porto con 10 galee; Stefano Malipiero deve aggredire la città da terra; una parte delle truppe infine deve occupare un monte vicino. Il Soranzo penetra nel porto dopo averne rotta la catena di protezione; vengono conquistate le torri, i borghi, i magazzini; sono messe a sacco le opere portuali. Le scale per superare le mura si rivelano, tuttavia, troppo corte; la resistenza è accanita. Alla fine, a causa anche della morte del gran maestro dei cavalieri di Rodi e di molti soldati, si decide la ritirata. Con il Requesens Piero Mocenigo attacca un castello posto sul promontorio di Termeno. Innumerevoli sono in tale circostanza i prigionieri; 137 sono condotti nelle navi. Separatosi a Nasso (Naxos) dagli aragonesi naviga con i pontifici ai danni di Smirne (Izmir) ed assale all’improvviso la città; vi irrompe e la mette a sacco; i soldati diventano ricchi con il bottino. Il governatore turco della provincia tenta di intervenire ma le sue truppe sono pesantemente sconfitte nei pressi della città. Con il ritiro da Smirne Piero Mocenigo ne fa dare alle fiamme le case. Nel viaggio di ritorno espugna Clazomene e fa strage degli abitanti rimastivi: le prede sono ora rappresentate da una grande quantità di animali, specie di cammelli. Si dirige a Modone ove si separa dai pontifici. Un siciliano di nome Antonello, già schiavo a Gallipoli (Gelibolu), si offre di entrare in quel porto con una barca incendiaria, apparentemente per effettuarvi un trasporto di mele. L’operazione viene eseguita. E’ dato fuoco ad alcune case della città; al ritorno la barca prende fuoco a sua volta. Il siciliano è catturato ed è presentato al sultano Maometto II: viene fatto segare vivo a metà con altri compagni fatti prigionieri nella medesima circostanza. Il Senato invierà 3000 ducati a Messina dove vivono i suoi parenti; una sua sorella andrà ad abitare a Venezia e le sarà data una casa con una provvigione annua.

1472
Primavera

Fa vela su Rodi e su Cipro (Kipros). Con 4 galee aragonesi e 2 dei cavalieri di Rodi punta sulla Caramania (Karaman) per appoggiare nella regione la rivolta di Cassan Beg ai danni dei turchi. Invia Ludovico Lombardo con 10 galee a liberare dall’assedio Corico; da parte sua si collega con le truppe ribelli per impadronirsi di Secchino alla cui guardia si trova il rinnegato siciliano Mustafà. Ottiene a patti la località a seguito di un intenso bombardamento; molti sono i turchi che rimangono uccisi mentre cercano di difendere la città. Si volge poi a Corico. Irrompe nel porto a viva forza con il sostegno di 10 galee aragonesi, pianta tre batterie di cannoni e costringe alla resa Ismail Pascià. Si impadronisce di Seleucia; ottiene la città dal comandante, un greco rinnegato, senza che sia sparato neppure un colpo di artiglieria. Consegna le tre località al principe della Caramania: a Piero Mocenigo, per ringraziamento, sono donati un leopardo ed un cavallo arabo con finimenti d’argento. Mentre sta per assalire la Licia viene richiamato all’isola di Cipro per una grave malattia del re Giacomo di Lusignano. Quando il sovrano si ristabilisce riguadagna le coste della Licia, mette in fuga l’armata turca ed assedia la città di Micra. Respinge i soccorsi portati ai difensori da Aias Beg; vince gli ottomani in uno scontro in cui cade anche il generale turco. Micra si arrende dopo che i cannoni hanno distrutto gran parte della cinta muraria della città. Gli abitanti ne escono e la località viene messa a sacco ed incendiata.

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Si appresta ad entrare nello stretto dei Dardanelli (Canakkale Bogazi) allorché viene richiesto il suo aiuto a Cipro da Carlotta di Savoia, figlia di Giovanni di Lusignano deposto dal figlio naturale Giacomo di Lusignano. Piero Mocenigo risponde negativamente preferendo prestare il suo ausilio alla vedova del sovrano, la veneziana Caterina Corner, che negli stessi giorni ha dato alla luce una bambina. Da Cipro si reca in Cilicia per congiungere le sue forze con quelle dell’alleato re di Persia vittorioso in due combattimenti contro i turchi. Ussun Cassan,  viene, tuttavia, sconfitto pesantemente; alla notizia Piero Mocenigo abbandona l’Asia Minore e fa ritorno a Famagosta (Ammokhostos). Con il provveditore della flotta fa da padrino alla neonata cipriota; prende congedo e con 5 galee veleggia a Rodi, Chio, lascia alle spalle le Cicladi e si ferma a Modone dove incontra il legato pontificio Lorenzo Zane: quest’ultimo partirà poco dopo con le galee aragonesi per l’Italia.

1473

A Modone. E’ richiamato a Cipro a causa di una ribellione nell’isola fomentata dall’ arcivescovo di Nicosia con la connivenza del re di Napoli. A metà novembre, tre ore prima dell’alba, sono uccisi dai rivoltosi nel palazzo reale di Famagosta alcuni uomini di fiducia della regina come il ciambellano, il medico personale, il fratello Andrea Corner ed il nipote Marco Bembo. I loro corpi, nudi, sono gettati nel fossato sotto le finestre dell’appartamento reale, dove rimangono fino a quando sono per metà dilaniati dai cani.  Caterina Corner è costretta a dare il suo consenso al fidanzamento di una figlia naturale del suo defunto marito con Alfonso d’Aragona, figlio del re di Napoli Ferrante. Piero Mocenigo spedisce nell’isola due sopracomiti dalmati (Coriolano Cepione e Pietro Tolmerio); subito dopo, a causa della notizia di nuovi disordini, fa seguire a costoro il provveditore Vittore Soranzo con 8 galee. I ribelli costringono la regina a scrivere al Mocenigo ed al Senato veneziano una versione edulcorata dell’accaduto; mettono, inoltre, le mani sull’erario e controllano alcune piazzeforti. Giungono i due sopracomiti dalmati; si accorgono delle insidie; apparentemente, prestano  ascolto agli insorti: fanno intendere che le galee del Soranzo sono giunte per difendere Cipro dalle mire del sultano d’Egitto. Vittore Soranzo informa Piero Mocenigo della gravità della situazione. L’ammiraglio, sempre fermo a Modone, blocca 4 galee grosse dirette al porto di Alessandria (Al Iskandariyah) e le carica di soldati; nello stesso tempo ordina a tutte le navi presenti nelle acque del Levante di interrompere i loro traffici e di congiungersi con la sua flotta a Napoli di Romania per poi fare vela, tutti insieme, alla volta di Cipro. I congiurati si spaventano e si danno alla fuga. Piero Mocenigo raggiunge Rodi; assume il comando di tutte le navi arrivate ed entra nel porto di Famagosta ancor prima di ricevere alcun ordine dal Senato. Sbarca le sue truppe, impicca alcuni congiurati ed altri, implicati nel complotto, sono incarcerati: solo uno o due responsabili, compreso l’arcivescovo, riescono a fuggire in tempo. Piero Mocenigo provvede nel contempo a rifornire di soldati i presidi. Ristabilisce l’ordine nell’isola nominando due consiglieri ed un governatore affinché aiutino la diciottenne regina vedova. Caterina Corner cede Cipro alla Serenissima. Al termine delle operazioni Piero Mocenigo lascia libere le navi a riprendere i loro commerci.

1474
Primavera estate

Ritorna a Modone. Scutari (Shkodra) è assediata dai turchi. Piero Mocenigo si trasferisce all’isola di Corfù (Kerkira) con la flotta. Si avvicina a Scutari dove è raggiunto da Triadano Gritti nuovo comandante della flotta. Si porta a San Sergio a cinque miglia da Scutari; retrocede quando gli avversari decidono di attaccarlo per non farsi trovare in un porto angusto in cui le manovre risultino difficili. Respinge un loro assalto; fa rientro a San Sergio; i suoi tentativi di soccorrere gli assediati vengono frustrati dai turchi. Entra la peste nella flotta; Triadano Gritti si ritira ammalato a Cattaro (Kotor). Rimane Piero Mocenigo con alcune galee anche se è consapevole che non può prestare soccorso ai difensori di Scutari. I veneziani con un’improvvisa sortita mettono in fuga gli avversari; Piero Mocenigo è così in grado di introdurre vettovaglie, soldati e munizioni nella città. Si ammala anch’egli e lascia a Stefano Malipiero il comando della flotta: Triadano Gritti è in fin di vita.

Settembre

A Ragusa (Dubrovnik). Con la morte di Triadano Gritti e l’elezione a comandante della flotta di Antonio Loredan, il difensore di Scutari  ritorna definitivamente a Venezia.

Dicembre

A metà mese, alla morte di Niccolò Marcello, viene nominato doge della Serenissima con 26 voti a seguito di una concitata elezione. E’ già stato candidato nei due precedenti conclavi, ed in essi gli è sempre stato contestato un fatto dal quale Piero Mocenigo non è mai riuscito a difendersi. Secondo tale accusa, mentre si trovava a Modone, in un’occasione non avrebbe agito saviamente, anzi si sarebbe comportato addirittura da pazzo. Con la morte di Niccolò Marcello riesce  a giustificarsi, trovando un valido appoggio in Vittore Soranzo, provveditore della flotta e testimone delle sue gloriose imprese. Piero Mocenigo soffre a causa della malaria contratta alla difesa di Scutari.

1475

Sotto il suo dogato viene stipulato un trattato di pace con i turchi. Piero Mocenigo fa in tempo a lasciare il nome ad una moneta, la lira d’argento, il “mocenigo”, che viene coniato insieme con il “marcello”. Vedovo e senza figli, prende la vita con allegria nei pochi mesi di vita che gli rimangono. Secondo un cronista milanese ha una relazione con due giovani schiave turche da lui acquistate in Levante: nel suo testamento sarà prescritto che siano affrancate quattro anni dopo la sua morte con un lascito di 50 ducati ciascuna.

1476
Febbraio

Muore. Per il suo decesso si è parlato di un avvelenamento da parte del rivale politico Francesco Foscari. Viene sepolto nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo sulla facciata interna a sinistra. Nella tomba, opera di Pietro Lombardo, sotto la statua che lo raffigura armato ed in atteggiamento decisamente bellicoso, è riportata l’iscrizione “ex hostium manubiis”, pagata con le prede tolte al nemico.

CITAZIONI

-“Di alta virtù e cognitione profonda marittima.” Verdizzotti