Marcantonio Colonna

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MARCANTONIO COLONNA Di Lanuvio. Duca di Paliano e di Tagliacozzo, marchese di Atessa, conte di Albe, Manoppello; barone di Carsoli, gran connestabile del regno di Napoli.

Signore di Pescocostanzo, Sonnino, San Lorenzo, Vallecorsa, Nemi, San Vito, Capranica, Pisoniano, Lanuvio, Ardea, Genzano di Roma, Montecompatri. Cavaliere del Toson d’Oro.

1535 (febbraio) – 1584 (agosto)

Anno, mese Stato, in proprio Avversario Azioni intraprese ed altri fatti salienti
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E’ battezzato dal vescovo d’Ischia a Civita Lavinia (Lanuvio). Suoi parini di battesimo sono il cardinale Grimani ed un inviato dell’ambasciatore del Portogallo. Vive i suoi primi anni ad Ischia con la madre Giovanna d’Aragona, separatasi dal padre Ascanio. E’ l’unico maschio superstite. Insofferente dell’autorità paterna, ansioso di avere i beni degli avi, istigato dalla madre, fin da giovane tenta più volte di spodestare il padre.
1548
Autunno
Su ordine dell’imperatore Carlo V lascia il regno di Napoli per unirsi con il seguito del principe Filippo (il futuro re di Spagna Filippo II), in transito in Italia e diretto nelle Fiandre.
1552
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Viene stabilito il suo matrimonio con Felice Orsini (dote, 20000 scudi). Marcantonio Colonna è deluso sia per l’esiguità della dote della moglie, sia per la scarsità di denaro che gli è fornita dal padre.
Dicembre
Su mediazione di Ignazio di Loyola ritorna con la madre nel palazzo romano dei Ss. Apostoli dove li attende il padre. Ne esce dopo meno di un giorno con la madre che accusa il marito di comportamento violento nei confronti suoi e del figlio.
1553
Gennaio
Il padre Ascanio non risponde alla sollecitazione di Carlo V di prendere le armi contro i francesi nella guerra di Siena; proibisce anche al figlio di prendervi parte. Il Colonna disubbidisce all’ordine e prepara un contingente di 300 cavalli per affrontare gli avversari. Come conseguenza Marcantonio viene escluso dalla successione ed è diseredato.
Autunno
Si reca alla corte imperiale per perorare la sua causa e trattare il matrimonio delle sorelle Geronima ed Agnese. E’ guardato con simpatia da Carlo V.
1554
Settembre  Impero In proprio Francia   Colonna

Dopo la vittoriosa battaglia di Marciano contro i francesi nel senese, lascia la Toscana e si dirige negli Abruzzi per impadronirsi dei feudi paterni. Occupa Marino con l’aiuto degli abitanti ed il castello di Paliano dopo un assedio di tre giorni. Nessuno si oppone alla sua marcia e tenta di fermarlo. Il padre si rifugia a Trasacco nei cui pressi giunge anche Marcantonio. Il cardinale Pacheco provvede ad arrestare il padre con il pretesto che il regno di Napoli non diventi il campo di battaglia di un conflitto famigliare. Ascanio è rinchiuso in Castelnuovo a Napoli con l’accusa di alto tradimento. Il papa Giulio III riconosce Marcantonio come legittimo erede delle proprietà colonnesi nello stato della Chiesa; anche Carlo V lo assicura sul suo futuro quale capo del suo casato. Da parte sua Marcantonio Colonna farà trattenere prigioniero per più di un anno, incatenato, un anziano servitore del padre, un certo Ambrogio Felici di Nettuno, nella speranza di indurlo a confessare il tradimento paterno. Nonostante tutto tarda a venire dall’imperatore il riconoscimento della successione nel godimento dei feudi e delle proprietà famigliari che si trovano nel regno di Napoli.

1555
Agosto settembre  Impero Chiesa
Carlo Sforza con il fratello Alessandro sottraggono dal porto di Civitavecchia 2 galee francesi e consegnano le due navi al viceré di Napoli. Il papa Paolo IV reagisce a tale gesto colpendo i sostenitori del partito imperiale a Roma: sono così arrestati Camillo Colonna, Giuliano Cesarini ed il cardinale camerlengo Ascanio Sforza. Solo Marcantonio Colonna riesce a fuggire fortunosamente riparando a Venezia.
1556
Marzo
Carlo V ordina al cardinale Pacheco di riconoscere Marcantonio Colonna come legittimo possessore del patrimonio famigliare, mentre il padre Ascanio rimane sempre in carcere. Inizia nel periodo il conflitto di Marcantonio con don Garcia de Toledo (cugino del duca d’Alba) a causa della dote promessa dal padre allo stesso per il matrimonio di quest’ultimo con la sorella Vittoria.
Aprile
A metà mese dietro il pretesto della contumacia di Marcantonio Colonna alle ripetute convocazioni del fisco pontificio che vorrebbe processarlo con il padre Ascanio, Paolo IV (di casa Carafa) ordina la confisca di tutti i suoi beni con la bolla “Ad perpetuam memoriam”. Viene scomunicato e bandito dallo stato della Chiesa. Il Colonna lascia Venezia e rientra a Napoli; insiste per un intervento armato che gli permetta di recuperare i beni ed i feudi che gli sono stati usurpati dai Carafa.
Estate Spagna Chiesa

Inizia l’offensiva imperiale ai danni dei pontifici. Marcantonio Colonna con il cugino Pompeo attacca gli avversari nel basso Lazio conquistando alcuni castelli. Giulio Orsini contrasta una sua scorreria portata con 800 cavalli sotto le porte di Roma. Assedia in Valmontone Giulio Orsini, Francesco Colonna, Papirio Capizucchi ed Angelo da Spoleto. I difensori si arrendono a patti a seguito di un violento bombardamento ed escono dalla località con armi e bagagli. Il Colonna non riesce ad impedire il saccheggio di Valmontone ad opera dei soldati e degli abitanti di Artena ed il successivo incendio di molte case appiccato in diversi punti della località.

1557
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Raccoglie 7 compagnie di fanti tedeschi, 2 di italiani, 150 cavalli e 6 pezzi di artiglieria. Si impossessa di Gavignano e conquista una torre vicino a Paliano dopo avere sconfitto Leonardo Ruerio, uscito da tale località con 150 fanti e 50 cavalli. Assale Matteo Stendardo in Valmontone; la città è conquistata e data alle fiamme; ottiene Palestrina, che è difesa da Papirio Capizucchi, da Francesco Colonna e da Angelo da Spoleto. La città viene messa a sacco; il castello sarà diroccato.

Luglio agosto

Con il Feltz e 400 archibugieri spagnoli si scontra con le truppe di Giulio Orsini. Gli svizzeri si battono ferocemente con i lanzichenecchi del Feltz; alla fine l’Orsini è vinto e catturato mentre si sta ritirando verso Segni. Marcantonio Colonna ottiene Paliano (difesa dalle milizie cafaresche) e, sempre con il Feltz, si predispone ad assediare Segni. La località viene espugnata (agosto) ed è messa a sacco. Agli ordini del duca d’Alba, infine, prende parte alla battaglia di Atri. All’avanguardia con i suoi uomini sconfigge 3000 fanti svizzeri e 1500 fanti italiani massacrandoli e facendo un grande numero di prigionieri.

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Segue la pace tra il duca d’Alba (per conto di Carlo V) ed il pontefice. Marcantonio Colonna non viene reintegrato nel possesso dei suoi beni laziali; per lo stato della Chiesa rimane invariata la sua situazione in quanto colpevole di ribellione alla autorità papale. Paliano è assegnata temporaneamente da Paolo IV al nipote Giovanni Carafa. Il Colonna si reca a Bruxelles per sollecitare il favore della corte al fine di riottenere Paliano. La sua missione non ha alcun esito. Nel contempo si aggrava la sua situazione finanziaria.
1559
Gennaio
Ritorna a Bruxelles per trovare una soluzione ai suoi problemi economici. Ne ricava la promessa di una provvigione annua di 10000 scudi fino al riacquisto dei propri beni nel Lazio.
Agosto  Spagna Chiesa
Muore Paolo IV. Libero di poter recuperare quanto gli è stato confiscato in precedenza, Marcantonio Colonna alla testa di un contingente di armati entra nello stato della Chiesa con l’avallo del nuovo viceré di Napoli, il duca di Alcalà Pedro Afan de Ribera; occupa il castello di Paliano. A fine mese entra in Roma e con il cognato Paolo Giordano Orsini si assume l’incarico di difendere il collegio dei cardinali dalla popolazione in rivolta. Invia due suoi emissari al re di Spagna Filippo II (prima Pompeo Tuttavilla e, quando costui si ammala, Pietro Moner per ottenere il riconoscimento dei propri diritti su Paliano. Il viceré di Napoli, negli stessi giorni, prega il Colonna di non occupare le terre di Sonnino, San Lorenzo e Vallecorsa usurpate più di trent’anni prima dal padre Ascanio ad Isabella Colonna, vedova di Luigi Rodomonte Gonzaga, e sposatasi in seconde nozze con il principe di Sulmona Filippo di Lannoy. Il Colonna ribadisce i propri diritti sulle tre località;  il duca di Alcalà ordina il sequestro dei tre castelli con la minaccia di fargli confiscare tutti i suoi possedimenti nel regno di Napoli.
Dicembre
Con l’elezione al soglio pontificio di Pio IV si mette in moto la macchina della giustizia che porta alla condanna esemplare dei nipoti di Paolo IV.
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Viene insignito dell’ordine del Toson d’Oro, un collare che rappresenta un agnello. L’ambasciatore spagnolo a Roma Francisco de Vargas Mexia perora la causa di Marcantonio Colonna a Madrid; il Colonna, inoltre, vi invia il segretario particolare Cesare Gallo ed assolda alcuni incaricati affinché seguano l’iter delle sue suppliche e dei memoriali via via inviati al sovrano. A corte si lega sempre più alla fazione del principe d’Eboli Ruy Gomez de Silva contro quella favorevole al duca d’Alba.
1561  Impero Impero ottomano
Sorgono contrasti con Pio IV per il mancato riconoscimento del feudo di Paliano: il papa vorrebbe che il castello, prima di essere riconsegnato ai Colonna, fosse smantellato e lasciato sprovvisto di presidio; vorrebbe, inoltre, che al nipote Federico Borromeo (il cardinale dei Promessi Sposi) fosse corrisposta la ricompensa che, secondo la precedente pace tra Paolo IV e gli imperiali, sarebbe dovuta andare a Giovanni Carafa. Marcantonio Colonna parte per Nettuno e sembra minacciare Roma. Interviene il duca di Alcalà che lo convoca a Napoli e gli affida il comando di un contingente di truppe (titolo di luogotenente generale del regno) per proteggere le coste abruzzesi minacciate dai turchi. Il cambiamento dell’atmosfera intercorrente fra il Colonna ed il viceré di Napoli non tarda a dare buoni frutti anche a corte.
1562
Estate
Viene riconosciuto ufficialmente dal re di Spagna il suo legittimo possesso della rocca di Paliano. La sintonia fra i Colonna e Pio IV è ora sancita da un matrimonio tra il futuro capo della casata Fabrizio ed Anna Borromeo, nipote del papa e sorella del cardinale Carlo (dote della sposa 40000 scudi). Per fare fronte alla sua situazione economica chiede l’autorizzazione a cedere il feudo di Pescocostanzo per estinguere un mutuo di 5000 ducati contratto in precedenza con Silverio Silveri Piccolomini; prega Filippo II di soprassedere alla richiesta del pagamento della tassa di successione fra Ascanio e Marcantonio relativa ai feudi detenuti nel regno di Napoli; cerca di risolvere il contrasto riguardanti il possesso delle terre di Sonnino, San Lorenzo e Vallecorsa.
1563
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I suoi debiti ascendono alla somma di 362325 scudi;  le spese correnti sono maggiori degli introiti costituiti da diritti feudali, canoni di locazione dei mulini, redditi delle terre possedute nell’agro romano, censi e rendite di fornaci, ferriere, vetrerie, cave di zolfo e miniere di vetriolo. Per sanare la situazione economica Marcantonio Colonna procede all’alienazione di diversi beni: alla vendita di Nemi, trasferita al Piccolomini tre anni prima, seguono nel 1563 quella di San Vito, Capranica e Pisoniano ai Massimo e, nell’anno successivo, quelle di Lanuvio, ed Ardea a Giuliano Cesarini, di Montecompatri a Marco Sittich. Migliora pertanto la situazione finanziaria.
Giugno Spagna Corsari barbareschi
Prende parte ad prima spedizione ai danni di Velez de la Gomera. Il comando delle sue galee è detenuto da Giovanni Antonio Pasqua.
Settembre
Vende la sua signoria di Genzano di Roma a Fabrizio Massimo per 15200 scudi al fine di potere ripagare i debiti contratti per le doti di tre sorelle, andate spose, rispettivamente, a don Garcia di Toledo, al duca di Monteleone Camillo Pignatelli ed al duca di Sermoneta Onorato Gaetani.
1564
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Vassallo del re di Spagna e dello stato pontificio promuove inutilmente una mediazione fra Pio IV e l’ambasciatore Luis de Requesens y Zuniga. Davanti al fallimento delle trattative abbandona l’Italia per recarsi alla corte di Madrid. Riceve dal sovrano 5000 scudi, formalmente per provvedere al pagamento di 100 fanti spagnoli di presidio a Paliano. Rassicurato si congiunge con gli spagnoli per combattere i corsari barbareschi.
Maggio Spagna Corsari barbareschi
Con l’acquisto di 3 galee dai Borromeo si trova a disporre di 7 galee. Con tali navi partecipa all’impresa del Pennone di Velez de la Gomera comandata da don Garcia di Toledo.
Agosto settembre

Si trova nel porto di Malaga con 7 galee. Al raduno della flotta sono pure presenti don Garcia di Toledo con 12 galee, il portoghese Francisco Barreto con 8, Giovanni Andrea Doria con 12, Sancho di Leyva con 3, Federico de Carvajal con 10 galee della squadra di Sicilia, Alonso de Bazan (fratello di Santa Cruz il vecchio) con 7, Jacopo d’Appiano con 10 del granducato di Toscana, Andrea Provana con 3 del ducato di Savoia, Marco Centurione con 4 di sua proprietà. Alle 88 galee si devono aggiungere un galeone ed alcune caravelle portoghesi, 20 brigantini, 15 vascelli a flauto ed altre imbarcazioni minori. A fine mese giungono anche 5 galee di Malta agli ordini di Pietro di Gioù.

1565
Primavera
Si ammala; il papa gli chiede di cedere Paliano allo stato della Chiesa in cambio di una ricompensa.
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Il viceré di Napoli don Garcia di Toledo, su ordine del re, si rifiuta di riconoscergli i 5000 scudi destinati al pagamento del presidio di Paliano. Negli stessi giorni Marcantonio Colonna, a causa delle sue ristrettezze economiche, è costretto a cedere 2 sue galee a Cosimo dei Medici ed a lasciare Roma. Di seguito, rientrerà nella capitale ove rafforzerà il suo prestigio attraverso una politica matrimoniale che coinvolgerà anche le due figlie. Rinsalderà l’amicizia con i gesuiti, con il cardinale Carlo Borromeo e con il futuro santo Filippo Neri.
1569
Primavera
Con il figlio Fabrizio salpa per la Spagna, deciso a trascorrere un lungo periodo a Madrid ed a assumere una carica regia. Migliora il suo rapporto con il favorito di Filippo II, il principe di Eboli Pedro Gomez de Silva.
Dicembre Rientra nello stato della Chiesa.
1570
Giugno Chiesa Impero ottomano

Il pontefice organizza una crociata contro gli ottomani. Marcantonio Colonna riceve nella cappella di San Pietro, dalle mani di Pio V, le insegne del comando della flotta pontificia e lo stendardo della lega di damasco cremisino nel quale è dipinta l’immagine del Cristo crocifisso con ai lati sono posti i Santi Apostoli Pietro e Paolo ed al centro l’iscrizione “in hoc signo vinces”. Lo stesso giorno firma la patente con cui nomina capitani delle galee 12 nobili romani, fra cui due Colonna, un Orsini, un Massimo ed un Frangipane. Nell’imminenza della prossima guerra con i turchi, il Colonna decide di comprare a Venezia 12 scafi di galee e di portarli ad Ancona per poterli armare nel modo più conveniente. Sono svuotate le carceri di 2000 condannati, che saranno utilizzati al remo delle sue galee come vogatori. Con il luogotenente generale Pompeo Colonna si dirige in varie località quali Castelnuovo di Porto, Terni, Serravalle di Chienti, Macerata, Loreto. Sono pure reclutati nelle Marche i marinai e le compagnie di fanteria da imbarcare su ogni galea. Ad Ancona si trova con Fabio di Santa Croce che ha già raccolto a Venezia 8 scafi.

Luglio

Decide di recarsi a sua volta a Venezia per ottenere i restanti 4 scafi e di mettere a punto gli accordi fra la Serenissima e lo stato della Chiesa. Prima di partire rende visita all’ambasciatore spagnolo Juan de Zuniga chiedendogli disposizioni; si incontra, successivamente, all’Imperiale con il duca di Urbino; prosegue per Cesenatico, Fornaci e Chioggia. Da qui continua per mare il suo viaggio e raggiunge la città lagunare: è alloggiato sul Canal Grande in palazzo Pisani. Si incontra con il doge Alvise Mocenigo. La sua missione ha pieno successo anche perché Marcantonio Colonna accetta di transigere dal punto di vista economico, accollando al pontefice tutte le spese che i veneziani si rifiutano di prendere a loro carico. A fine mese tutte le galee sono pronte ad Ancona.

Agosto

A Messina ed a Otranto con 12 galee pontificie, nell’attesa che arrivi Giovanni Andrea Doria. La sua ammiraglia è una grande quinquereme, costruita quarant’anni prima dall’ingegnere navale Vittore Fausto. Il Doria ritarda all’appuntamento per cui il ricongiungimento avviene solo a fine mese. Sorgono i primi contrasti tra i due ammiragli: il genovese suggerisce di restare nell’Adriatico anziché muoversi alla difesa di Cipro (Kipros) a causa della forza della flotta ottomana, della stagione inoltrata e delle condizioni critiche in cui si trovano le navi veneziane (un numero insufficiente di armati a bordo). Il Colonna, viceversa, è determinato a raggiungere Girolamo Zane a Candia (Kriti):  riesce ad avere la meglio. Giovanni Andrea Doria continua a boicottare la partenza da Otranto (perché il suo unico pensiero è quello di salvaguardare la sicurezza delle sue navi) evitando deliberatamente di sfruttare il vento favorevole. Marcantonio Colonna salpa, alfine, per Candia e giunge a Suda (Souda): nel frattempo viene inscritto alla nobiltà veneziana.

Settembre

Si congiunge con la flotta veneziana di Girolamo Zane. Quest’ultimo convoca un consiglio di guerra ed informa gli altri comandanti della necessità di portare soccorsi a Nicosia (Levkosia), sottoposta a duro assedio da parte di Lala Mustafa Pascià. Giovanni Andrea Doria si accorge subito che l’ammiraglio veneziano non è risoluto nelle sue argomentazioni:  si oppone a tale progetto con le stesse motivazioni espresse ad Otranto. Marcantonio Colonna lascia il porto di Suda; la flotta è passata in rassegna ed il Doria ne rileva i punti deboli che non permettono di affrontare, sempre dal suo punto di vista, in modo soddisfacente le necessità della guerra. Girolamo Zane è costretto a disarmare 5 galee ed a distribuire i relativi soldati e marinai nelle altre imbarcazioni. Per di più i veneziani sono ancora alle prese con la peste che ha colpito i loro uomini a Corfù (Kerkira). Il consiglio di guerra si divide tra coloro che appoggiano il Doria e chi vuole a tutti i costi affrontare gli ottomani. Il Colonna gode del sostegno del marchese di Santa Cruz, capitano delle galee di Napoli.  Si dirige con i veneziani all’isoletta di Castelrosso (Mergisti) di fronte alle coste della Caramania (Karaman);  qui viene informato della caduta di Nicosia in potere degli avversari. Dalle isole Celidonie la flotta cristiana (179 galee, 11 galeazze, un galeone e 14 navi da trasporto) si indirizza su Rodi (Rodhos) e Scarpanto (Karpathos) dove è colta da una tempesta (perdita di una galea pontificia e di una veneziana). Giovanni Andrea Doria, per timore che i suoi equipaggi siano colpiti dalla peste che ha colpito le ciurme della Serenissima, decide di abbandonare tutte le operazioni nonostante le obiezioni di Marcantonio Colonna. L’ammiraglio genovese accusa il Colonna di essere troppo filoveneziano; quest’ultimo, da parte sua, denuncia al pontefice ed al re di Spagna il comportamento ambiguo dell’ammiraglio genovese. Nessun provvedimento sarà preso nei confronti del Doria che ha solamente eseguito gli ordini segreti del suo sovrano.

Ottobre

Ormeggia a La Canea (Khania) sempre con i veneziani. Nel tragitto verso Suda un fortunale coglie la squadra pontificia e quella veneziana. Restano incagliate nei banchi di sabbia più di 20 galee; naufragano 2 galee pontificie su 12 e 13 navi della Serenissima. Per tale disastro Girolamo Zane verrà sottoposto a processo e condannato. Marcantonio Colonna naviga verso Corfù;  in tale isola provvede al disarmo della sua squadra; raggiunge   Cattaro (Kotor), punta su Ragusa (Dubrovnik);  nell’ancoraggio la quinquireme nella quale è imbarcato è colpita da un fulmine e salta in aria. Il Colonna riesce a salvare i suoi uomini, compresi i rematori incatenati ai banchi, lo stendardo papale ed i documenti: è l’ultimo ad abbandonare la galea che, in fiamme, spinta dal vento si arena sulla spiaggia nei pressi della città. I superstiti  si dirigono a piedi verso Ragusa. Gli abitanti permettono l’ingresso  solo all’ esausto Colonna,  non ai veneziani. Questi ultimi, dato l’avvicinarsi dei turchi per impadronirsi dei resti della galea, la incendiano riuscendo, nello stesso tempo, a sfuggire alla cattura.

Novembre Con quello che resta della squadra può raggiungere Ancona e Civitavecchia.
1571
Gennaio febbraio

A Roma. Gli spagnoli (l’ambasciatore presso il papa Zuniga ed il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle) lo accusano di inesperienza e si muovono affinché sia sostituito nel comando della flotta pontificia. Pio V gli rinnova, al contrario, la propria fiducia. Viene trovato un compromesso: Marcantonio Colonna manterrà il suo incarico (con il riconoscimento di comandante in seconda), mentre il comando generale della flotta della lega sarà assunto da un fratellastro di Filippo II, don Giovanni d’Austria.

Aprile

E’ inviato a Venezia dal pontefice per ravvivare l’alleanza fra la Chiesa e la Serenissima e fare superare, da parte di quest’ultima, ogni segnale di diffidenza nei confronti degli spagnoli. Si incontra con il doge in Collegio.

Maggio

A Roma per la stipula dell’alleanza fra pontifici, veneziani e spagnoli contro i turchi.

Giugno

Si appresta a prepararsi per il prossimo conflitto con i turchi. Incarica Cencio Capizucchi (maestro di campo generale dei pontifici) ad arruolare le fanterie per la flotta pontificia. A metà mese lascia Roma, raggiunge Cerveteri e Civitavecchia dove lo aspettano 12 galee prese per lo più in affitto dal granduca di Toscana. Le passa in rassegna e si imbarca nella capitana della squadra toscana con 8 compagnie (1171 fanti) reclutate fra Roma, l’Umbria, le Marche ed il bolognese. Il loro comando è affidato ad Onorato Gaetani.

Luglio

A Napoli, dove si incontra con Ascanio della Cogna; nella città assolda alcuni rimpiazzi al posto degli ammalati. In una rissa fra i soldati italiani  delle galee pontificie ed i sodati spagnoli del “tercio” di Napoli restano uccisi diversi fanti spagnoli; gli italiani inseguono gli avversari fin dentro il palazzo del viceré di Napoli il cardinale Granvelle. Marcantonio Colonna, con la sua usuale diplomazia, riesce a convincere il prelato ad ignorare il tumulto per evitare un ammutinamento generale delle sue truppe. Salpa, alfine, per Messina con 12 galee; lo accompagnano 3 galee di Malta e 6 galee nuove della squadra di Napoli. Sulla sua capitana trovano posto il corsaro maltese Mathurin Romegas ed i due condottieri italiani Ascanio della Corgna, appena nominato maestro di campo generale, e Gabrio Serbelloni, capitano generale dell’artiglieria. A Messina. Giorni dopo giunge da Corfù anche la squadra di Sebastiano Venier. Il Colonna va incontro ai veneziani e li accoglie con una salva dei cannoni di bordo. Nella città riesce a sedare un  ammutinamento verificatosi nelle ciurme delle galee della Serenissima causato dal ritardo delle paghe.

Agosto

Si ripetono a Messina i tafferugli tra i soldato spagnoli del presidio ed i pontifici; Marcantonio Colonna interviene energicamente facendo incarcerare coloro che hanno provocato la rissa, un capitano spagnolo ed il suo alfiere. A fine mese giunge nella città anche don Giovanni d’Austria. Il primo consiglio di guerra è tenuto sulla galea “Real”: vi prendono parte anche Sebastiano Venier, Agostino Barbarigo e Luis di Requesens.

Settembre

Con l’arrivo a Messina di nuove galee veneziane e di Giovanni Andrea Doria crescono i dissensi all’interno dell’alleanza. A metà mese la flotta salpa dal porto; sono costeggiate le spiagge calabresi ed è raggiunta Corfù.

Ottobre

La flotta giunge ad Igoumenitza. Sorgono liti continue tra i soldati spagnoli e quelli veneziani. In particolare su una galea cretese scoppia una rissa tra i membri dell’equipaggio ed alcuni soldati italiani al servizio degli spagnoli. Ne nasce uno scontro con morti e feriti. Sebastiano Venier fa impiccare il capitano Muzio Alticozzi di Cortona con tre suoi fanti. Don Giovanni d’Austria si sdegna per l’accaduto;  solo l’intervento di Marcantonio Colonna e di Agostino Barbarigo riesce a sedare gli animi. Calata la tensione, la flotta riprende la navigazione verso sud. A Capo Bianco è ordinata la prova generale della formazione di battaglia; gli squadroni prendono posizione su un fronte di cinque miglia. A Cefalonia (Kefallinia) gli alleati sono informati della caduta di Famagosta: cessano d’incanto le antiche rivalità e tutti condividono il desiderio di vendetta dei veneziani. Ci si avvia verso il golfo di Lepanto (Navpaktos) dove si trovano gli ottomani. Le navi iniziano ad avanzare a forza di remi ; le prue puntano verso le isole Curzolari all’imboccatura del golfo di Patrasso (Patrai). Le galee procedono affiancate in un’unica linea suddivise in tre squadre, in cui le navi veneziane sono mescolate con quelle spagnole. Nel corpo centrale si trovano la “Real”, le capitane del Venier e del Colonna, le capitane del duca di Savoia e dei cavalieri di Malta; nell’ala destra la capitana di Giovanni Andrea Doria; nell’ala sinistra la capitana di Agostino Barbarigo. Il numero di galee assegnato a ciascuna squadra varia, secondo le fonti, dalle 60 del corpo centrale alle 50/60 per le due ali. Delle galee  costituiscono la squadra di riserva al comando del marchese di Santa Cruz; 8 sono distaccate all’avanguardia agli ordini di Giovanni di Cardona. Queste ultime hanno il compito di precedere l’armata di venti o venticinque miglia e sono accompagnate da 2 veloci fregate per ogni eventuale comunicazione. Subito  alcune galee  restano imbottigliate in una piccola insenatura, 4 di queste appartengono alla squadra di Giovanni Andrea Doria. Anche i vascelli che trasportano circa 5000 fanti tedeschi, in ritardo già prima di raggiungere Corfù, non sono disponibili al momento della battaglia. Alle prime luci dell’alba la divisione di testa della flotta cristiana, comandata dal Doria, si accosta all’isola più settentrionale delle Curzolari (l’isola di Koutsilaris, ora interrata). La flotta cristiana viene divisa in tre squadre, ognuna delle quali è contraddistinta da un colore differente. Nel mezzo si trova la squadra azzurra, con i pennoncelli dello stesso colore,  agli ordini di don Giovanni d’Austria, del Colonna e del Venier (64 galee); a destra la verde con Giovanni Andrea Doria (57 galee) ed a sinistra la gialla, comandata da Agostino Barbarigo (56 galee); la retroguardia (bandiera bianca)  è affidata al marchese di Santa Cruz. Vi sono nel complesso 105 galee veneziane, 12 pontificie, 81 spagnole, 3 genovesi e 3 maltesi: in totale, 207 galee, 6 galeazze, 28 vascelli e 32 imbarcazioni minori tra fregate e brigantini. I cannoni sono 1800. A bordo vi hanno preso posto 3000 venturieri, quasi tutti italiani, 20000 fanti e 8000 spagnoli; vi sono imbarcati anche 12000 marinai e 40000 rematori (in tutto 80000 persone). Le navi a vela devono stare sulle ali per evitare che la linea cristiana sia aggirata sui fianchi sfruttando il vento per effettuare manovre insieme con le galee. In alternativa avrebbero dovuto usare le scialuppe per convogliare nei punti critici soldati freschi. Le galeazze hanno il compito di scompaginare lo schieramento nemico con il fuoco della loro artiglieria prima che le due armate vengano a contatto. L’avanguardia di 8 galee, guidata da Giovanni di Cardona, deve dividersi in due tronconi, uno assegnato al Barbarigo e l’altro al Doria; il secondo, tuttavia, non raggiungerà mai la postazione e prenderà posto sulla destra dalla parte centrale dello schieramento. Il Doria viene così ad essere privato di 4 galee, almeno 2 delle quali sono bastarde corazzate, con molta artiglieria e potenti dotazioni di combattimento. A causa del vento contrario le galeazze impiegano molto tempo per prendere il loro posto, un miglio avanti rispetto alla linea. E’ necessario rimorchiarle e ci vogliono circa tre ore per completare la loro formazione (4 sul centro ed una, rispettivamente, sull’ala destra e su quella sinistra). La flotta turca, disposta a mezzaluna, è anch’essa divisa in tre parti: al centro, si colloca il comandante supremo Muesinsade Ali Pascià con 91 galee e 5 galeotte; all’ala destra il corsaro Scirocco, governatore di Alessandria (Al Iskandariyah), con 55 galee ed una galeotta ed alla sinistra il corsaro Occhiali con 67 galee e 27 galeotte. Nelle retrovie trova posto un altro corsaro, Amurat Dragut con 8 galee, 5 galeotte e 18 fuste ed altri 60 piccoli bastimenti, tra fregate e brigantini. Si tratta, in totale, di 221 galee, di 33 galeotte, 18 fuste e di una sessantina di altre imbarcazioni. La flotta ottomana è numericamente più forte; inferiore, al contrario, per numero di pezzi di artiglieria (750 contro 1815, secondo i calcoli del Guglielmotti). Le galee cristiane si dispongono a ventaglio lungo una linea circolare che abbraccia l’intera insenatura. Le galee al centro dello schieramento e quelle dell’ala sinistra avanzano verso il nemico, mentre quelle dell’ala destra (comandate dal Doria) si allargano sul loro lato in modo da lasciar libero per le navi nemiche in fuga un ampio spazio di mare. Su ciascuna nave della lega è letta la bolla con cui Pio V garantisce l’indulgenza plenaria a tutti i caduti in combattimento. Squillano le trombe e sull’albero maestro dell’ammiraglia spagnola, la “Real”, viene issato il grande stendardo della lega recante Cristo crocifisso accanto agli stemmi della Spagna, del papa e della repubblica di Venezia. Al segnale l’intera flotta ottomana inizia l’avanzata: dall’albero maestro dell’ammiraglia di Ali Pascià, la “Sultana”, sventola lo stendardo di battaglia con il nome di Allah ricamato ventinovemilaottocento volte. I musulmani avanzano senza fretta sfruttando il vento favorevole. All’improvviso il vento gira, fa afflosciare le vele triangolari delle navi turche e gonfia le vele latine della flotta alleata: il cambiamento viene visto come un intervento di Dio a favore del popolo cristiano. Le galeazze aprono il fuoco ed il loro effetto si rivela devastante. E’ colpita anche l’ammiraglia di Ali Pascià che vede la sua lanterna spazzata via da un colpo di artiglieria. Il capitano generale ottomano dà l’ordine di aumentare il ritmo della voga per sfuggire il più velocemente possibile dal tiro dei pezzi e degli archibugieri delle galeazze veneziane. La sua formazione perde presto l’allineamento. Liberatosi dal fuoco delle galeazze si trova sotto quello dei cannoni di corsia delle galee: a questo punto già un terzo delle navi turche sono affondate o danneggiate. Le galee alleate ora possono cominciare una lenta avanzata verso la disarticolata linea nemica. La divisione principale ottomana colpisce il centro nemico poco dopo mezzogiorno. La “Sultana” punta dritto sulla “Real”. Le flotte entrano in collisione. La “Sultana” sperona la “Real” a prua. Le due navi sono colpite dal fuoco dell’artiglieriia reciproco. I giannizzeri tentano l’abbordaggio; è lotta corpo a corpo. ll Colonna, imbarcato nella galea di Porto Recanati (70 morti alla fine del combattimento), investe al terzo banco la capitana turca proprio nel momento in cui un’altra galea ottomana va a schiantarsi contro la poppa della galea pontificia. Intervengono pure il Venier e la squadra di riserva del Santa Cruz contro la “Sultana”. Il Colonna costringe Pertev Pascià (Piali Pascià) ad arretrare infliggendo notevoli perdite alle galee di quest’ultimo. A seguito di un aspro combattimento i soldati alleati si riversano a bordo della “Sultana”. I giannizzeri sopravvissuti improvvisano una barricata con materassi di raso e scoccano frecce contro i soldati cristiani. Filippo Venier carica a mitraglia uno dei petrieri dell’ammiraglia del congiunto Sebastiano e spara contro gli avversari. La barricata si dissolve. Ali Pascià combatte fino all’ultimo scoccando una freccia dietro l’altra finché non rimane ucciso. Secondo alcune fonti è colpito alla testa da una palla di archibugio; secondo altre è ferito e decapitato da un soldato spagnolo, che avrebbe portato il trofeo a don Giovanni d’Austria per riceverne in cambio un glaciale rimprovero; per altre ancora si suicida tagliandosi la gola dopo avere gettato in mare tutti i suoi oggetti preziosi. L’innalzamento della testa di Ali Pascià sopra una picca e quello dello stendardo della croce sull’albero di maestra della capitana turca sono i primi segnali che danno principio alla definitiva disfatta dei musulmani. Alla fine della battaglia 107 navi turche sono incendiate o affondate e 130 sono catturate; sono uccisi 40000 uomini tra soldati e marinai, sono fatti 8000 prigionieri, sono liberati dalle catene tra i 12000 ed i 15000 cristiani fatti prigionieri durante le incursioni dell’estate precedente. Dopo la vittoria Marcantonio Colonna ha il compito di inventariare le prede e di procedere alla loro divisione. Prelevata la decima parte spettante al comandante supremo, il rimanente è suddiviso rispettando le carature stabilite in precedenza, ossia tre sesti agli spagnoli, due sesti ai veneziani ed il resto allo stato della Chiesa ed agli alleati minori. A titolo di bottino vengono pertanto riconosciuti ai pontifici 19 cannoni, 3 petrieri (mortai), 42 sagri, 1200 prigionieri e 21 galee tra grandi e piccole (di queste, 8 saranno donate dal papa al granduca di Toscana per il suo contributo). Anche le perdite sul fronte alleato sono notevoli, ufficialmente 7650 morti e 7800 feriti (di cui 4846 caduti e 4604 feriti, fra cui molti rematori, per i soli veneziani). Nel complesso tra morti e feriti la stima è vicina ai 20000 uomini, mentre le galee distrutte ammontano tra le 12 e le 16 unità: tra queste la “Fiorenza” data alle fiamme duranti i festeggiamenti tenutisi a Leucade. Don Giovanni d’Austria fa liberare tutti i rematori che hanno preso le armi ai suoi ordini; a tutti gli schiavi cristiani sulle galee turche è restituita la libertà; viceversa i veneziani trattano come schiavi tutti gli ottomani catturati, anche quelli non musulmani. A ricordo della vittoria il Colonna commissionerà alcuni affreschi celebrativi per il suo castello di Paliano.

Novembre

A Messina, Civitavecchia e Roma, dove Marcantonio Colonna fa il suo ingresso alla testa di un lungo corteo. Dopo la sfilata dei soldati vittoriosi, segue il corteo di 500 turchi, legati quattro a quattro, con la corda al collo. Il Colonna sale sul Campidoglio ed offre una colonna d’argento all’altare della Madonna. Il senato gli erigerà più tardi, nello stesso Campidoglio, una statua di marmo.

Dicembre

Si trova a Marino. Si ripetono a Roma, nel Campidoglio ed in Vaticano, numerose manifestazioni in suo onore. Un lungo corteo esce dalla Porta di San Sebastiano, supera gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio Severo, sfila nel Campidoglio e prosegue ai palazzi degli Altieri, dei Cesarini, dei Massimo fino a Monte Giordano ed a San Pietro dove il Colonna è atteso dal pontefice per la celebrazione del Te Deum. I principali nobili di Roma, pur avendo partecipato in grande numero alla battaglia di Lepanto, rimangono chiusi nei loro palazzi o ritirati nelle loro residenze di campagna per non rendere omaggio ad un loro pari anche se gli è stato decretato il trionfo. Il Colonna chiude il corteo su un cavallo bianco, solo e disarmato, vestito di una semplice giubba nera ornata solamente dal collare dell’ordine del Toson d’Oro. Negli stessi giorni, come risposta agli eccezionali onori che gli sono stati tributati, Filippo II respinge la sua richiesta di essere assegnato al governo di Milano preferendogli Luis de Requesens; il re non gli invia neppure una lettera di ringraziamento che, al contrario, è inviata a Paolo Giordano Orsini ed a molti altri nobili che hanno combattuto a Lepanto. Da ultimo, al Colonna è impedito di lasciare la carica di ammiraglio delle galee pontificie.

1572
Marzo aprile

Si prepara per una nuova campagna contro i turchi. Si reca a Venezia per raccogliere fanti da imbarcare sulle galee pontificie.

Maggio

Alla morte del papa Pio V è inviato a Firenze presso il granduca di Toscana Cosimo dei Medici al fine di accelerare le operazioni di allestimento della sua squadra navale. Si imbarca a Gaeta nella squadra toscana. Con il balivo dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano Raffaele dei Medici sorprende sulle coste toscane  Barbarossa. Al comando di 13 galee, di 2 galeazze, di 10 galeotte e del galeone d’alto bordo “Fenice”, si impadronisce della capitana del corsaro.

Giugno

A Napoli. Ricominciano le rimostranze degli spagnoli nei confronti dei veneziani. D’altra parte il cardinale Granvelle è sempre più ostile a Marcantonio Colonna; cambia pure a Roma l’atmosfera nei suoi confroni a seguito della morte di Pio V e dell’ascesa al pontificato di Gregorio XIII. Il Colonna si sposta a Messina.

Luglio

Iniziano i suoi dissapori con don Giovanni d’Austria che, su pressione del fratellastro re di Spagna, tende a ritardare i movimenti della flotta spagnola. L’armata della lega salpa da Messina per il Levante con 128 galee, 22 navi, 6 galeaze, 20 fuste e galeotte (180 imbarcazioni nel complesso); agli ordini diretti di Marcantonio Colonna sono 11 galee toscane, 3 pontificie, 16 veneziane sotto il provveditore Soranzo e 22 spagnole (con 2 galeotte). Dopo un inutile tentativo di imbarcare fanti ad Otranto, raggiunge presto Corfù. Congiuntosi con il resto dell’ armata veneziana condotta da Giacomo Foscarini, a fine mese esce per affrontare le navi di Occhiali (180 unità: gli organici delle due flotte sono omogenei in termini numerici). Il Colonna pone il suo comando nella capitana e nella padrona toscane.

Agosto

Le due flotte si fronteggiano nel braccio di Maina. Marcantonio Colonna sfida l’avversario davanti a Malvasia (Monemvasia) dove si è ritirato Occhiali; naviga sempre vicino all’armata ottomana senza cercare il confronto. Fa vela a Capo Matapan (Akra Tainaron) con il favore del vento e qui trova gli avversari. I turchi avvistano una nave della Serenissima proveniente da Venezia che si sta inavvertitamente dirigendo verso la loro flotta in quanto l’ha scambiata per quella cristiana. Occhiali spedisce contro essa 12 galee; il Colonna (che ha ai suoi ordini 60 galee e 23 navi da carico) ne invia 4 in soccorso della nave della Serenissima. Avviene lo scontro navale; egli si colloca al centro con il Foscarini ed il cavaliere gerosolomitano Gil d’Andrade. Una squadra di 6 galee lo precede in avanscoperta. Occhiali viene sconfitto; si ritira con 5 galee affondate ed altre 7 messe fuori uso: non è, tuttavia, inseguito. Con l’ arrivo a metà mese di don Giovanni d’Austria con 53 galee, il Colonna salpa da Cerigo (Kithira), punta su Zante (Zakinthos) e giunge a Corfù. A questo punto gli spagnoli denotano la loro volontà di non  proseguire ulteriormente nella campagna nell’Egeo; spingono, al contrario, per un’azione contro Tunisi.

Settembre

A Corfù. L’armata cristiana lascia l’isola; è a Paxo (Paxoi); si pensa di assalire Navarino (Pilos) mentre lOcchiali staziona a Modone (Methoni). Marcantonio Colonna si scontra nei pressi di tale località con alcune galee nemiche. Occhiali persevera nella sua tattica attendista. Sbarcano 3000 fanti spagnoli nei pressi della fortezza di Corone (Koroni): fallisce l’ azione; la flotta ritorna allora sotto Modone dove è sempre fermo l’ammiraglio avversario. Non hanno successo nuovi tentativi offensivi;  a fine mese sbarcano sotto Navarino 4000 fanti spagnoli, 500 pontifici, 500 veneziani agli ordini di Paolo Orsini e 1000 venturieri. Il comando generale viene dato ad Alessandro Farnese. La manovra non ha successo per l’operato di Occhiali.

Ottobre

Marcantonio Colonna ripiega da Navarino ed anche Occhiali rientra a Modone. L’ammiraglio ritorna inizialmente a Zante dove con le galee più leggere si muove con il marchese di Santa Cruz e Giovanni Cardona in soccorso di una galea spagnola intercettata dalle navi di Occhiali nei pressi di Modone. Raggiunge Corfù; a Paxo (Paxoi) fa naufragio la galea pontificia “San Pietro”. Gli spagnoli abbandonano definitivamente la campagna e si spostano a Messina. Egli si separa dai veneziani e punta su Civitavecchia. A Roma ed a Madrid gli si addebita il sostanziale insuccesso. I veneziani non trovano più il suo appoggio nel cercare di convincere don Giovanni d’Austria all’azione offensiva.

Novembre dicembre

Riprende il mare alla volta della Catalogna; raggiunge a Madrid il re Filippo II. E’ alla ricerca di un incarico di prestigio.

1573
Maggio

Rientra in Italia nella vana attesa della realizzazione di quanto gli è stato promesso dal principe d’Eboli. Non gli è concesso neppure il permesso di raggiungere a Napoli don Giovanni d’Austria che si sta preparando per una missione navale nel Mediterraneo occidentale. Muore, nel frattempo, in Spagna il suo protettore, il principe d’Eboli; con la rottura dell’alleanza fra veneziani e spagnoli, infine, termina pure il suo comando della flotta pontificia. Gli subentra Giacomo Boncompagni, un parente del papa Gregorio XIII.

1574
A corte si appoggia ora alla fazione di Antonio Pérez. Nell’inverno gli è concesso il titolo di capitano del regno di Napoli. Nel suo nuovo incarico ispeziona le fortezze di Taranto e Brindisi; passa in rassegna le truppe.
1575

Con Paolo Orsini è messo in preallarme dal papa per un eventuale intervento a Genova dilaniata dalle lotte di fazione.

1576
Si reca a Madrid con i figli Fabrizio ed Ascanio. Vi si trattiene poche settimane.
1577
Marzo aprile
Rientra in Italia. E’ nominato viceré di Sicilia: la comunicazione ufficiale gli è fatta dall’ ambasciatore spagnolo a Roma, lo Zuniga. Si imbarca subito per Palermo, che raggiunge a fine aprile: è accolto con una solenne cerimonia (arco trionfale sul molo; visita dei luoghi più rappresentativi della città con l’accompagnamento di un lungo corteo; investitura della carica nella cattedrale).
………………………..

Presto la situazione del regno di Sicilia gli appare in tutta la sua precarietà. Prende provvedimenti severissimi per combattere la peste che da due anni imperversa nell’isola; razionalizza la flotta siciliana riducendo il numero delle galee da 22 (per lo più in cattivo arnese) a 16. Allo stesso modo tenta pure di mettere ordine nelle difese terrestri. Si dedica al riordino della pubblica amministrazione e del sistema fiscale; controlla i meccanismi che sovraintendono alla giustizia. La sua energia nell’esercitare il governo è notata e lodata da Filippo II. Guadagna, nel contempo, la fiducia dell’aristocrazia siciliana al servizio degli spagnoli combattendo, e delimitando sempre più, l’influenza dell’ex-viceré, il duca di Terranova Carlo d’Aragona, nella politica siciliana. Un episodio marca in particolare la condotta di Marcantonio Colonna in questo periodo. Un famoso brigante, Riccio da Saponara (favorito da molti nobili isolani) riesce a fuggire dalla Sicilia in Toscana. Per averlo in suo potere, il Colonna propone al granduca di Toscana uno scambio con un gentiluomo di casa Martelli, fuggito a suo tempo in Sicilia a seguito di una congiura. Il bandito sarà avvelenato durante la traversata via mare portando con sé il segreto delle connivenze godute.

1580
Estate
Viene riconfermato nel suo incarico per un altro triennio. Sorgono, tuttavia, nuovi contrasti con il tribunale del Sant’Uffizio della Suprema Inquisizione perché non vuole sottrarre alla giurisdizione ordinaria i nobili che, al contrario, vogliono avvalersi della protezione ecclesiastica. La corte lo appoggia.
1581
……………………….. Spagna Tunisi

E’ accolto con un arco di trionfo a Messina. Provvede a sostenere l’azione degli insorti tunisini ed a riportare sul trono Hamida Bey.

……………………….. Interviene a Malta per sedare alcuni tumulti scoppiati nell’isola.
………………………..
Attua in Palermo una nuova politica urbanistica cambiando la configurazione della città; lascia pure un forte segno della sua presenza nel settore edilizio. Da ultimo, fa rafforzare il cordone difensivo costituito dalle torri costiere di avvistamento per prevenire gli attacchi dei corsari barbareschi. Il suo modo di governare, tuttavia, incontra momenti difficili a causa dei pettegolezzi che riguardano la sua vita privata (adulterio con Eufrosina Siracusa Valdavia ed accusa di averne fatto assassinare il marito Galcerano Corbera a Malta da un suo sicario). Marcantonio Colonna tenta di reprimere i suoi oppositori o chi cerca di ostacolare in qualche modo i suoi progetti. Il cardinale Granvelle spinge a corte alla sua sostituzione con Giovanni Andrea Doria che usufruisce, peraltro, anche dell’appoggio del duca di Terranova. Anche il Sant’Uffizio preme affinché il mandato di viceré non gli sia rinnovato una terza volta. Un visitatore regio a Palermo prepara una relazione negativa sulla sua attività.
1582/83
Nell’ottobre 1582 giunge a Palermo il visitatore Gregorio Bravo di Sotomayor. L’attività  di quest’ultimo si svolge tutta ai danni del viceré, di cui non manca di mettere in luce le responsabilità (eccessive elargizioni ed irregolarità amministrative e giudiziarie). Nel 1583 scade il  mandato di Marcantonio Colonna. La mancanza di appoggi a corte permette ai suoi detrattori di diffondere numerose calunnie nei suoi riguardi. Sulla fine dell’anno a Giovanni Andrea Doria viene affidato l’incarico di ammiraglio generale del regno di Spagna:  si attenua, pertanto, la tensione nei suoi confronti.
1584
Giugno agosto

E’ convocato a Madrid da Filippo II con l’accusa di mantenere colpevoli relazioni amorose ed ambigui rapporti con i turchi. Raggiunge Civitavecchia con 10 galee di Sicilia; prosegue per Roma (dove è accolto con tutti gli onori). Rende omaggio al papa Gregorio XIII ed ai primi di luglio sbarca a Colibres nella costa catalana. In mare ha un diverbio con Giovanni Andrea Doria, incrociato nelle acque del Tirreno, per ragioni di precedenza. Arrivato a Medinaceli, a fine mese, viene colto da un violentissimo attacco di febbre terzana. Muore dopo la mezzanotte del primo agosto; si parla subito con insistenza di veleno. La vedova si farà carico della sorte dell’amante Eufrosina: la farà sposare ad uno dei più affezionati compagni del marito, il nobile Lelio Massimo. I figli di primo letto di quest’ultimo uccideranno la donna a metà giugno dell’anno seguente. Saranno condannati a morte dal nuovo papa Sisto V. Marcantonio Colonna è sepolto a Paliano nella chiesa di Sant’Andrea. E’ ricordato in una novella di Leonardo Sciascia.

CITAZIONI

-“Egli alto e svelto della persona, calvo in sin da giovinetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi, aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo; grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo… Prode condottiero di fanti e cavalli… ma anche valente capitano di mare…Il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia, e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la grande vittoria. ” Guglielmotti

-“Cavaliere oltre l’illustrezza del sangue, chiaro per gli studi delle lettere romane.” Ammirato

-“Vere columnam, et decus romanae nobilitatis.” Bizari

-“La cui morte privò il nostro re di un gran ministro e guerriero d’Italia.” Summonte

-“(Prima della battaglia di Lepanto) A mio parere si dimostrò troppo debole. Egli non seppe un solo istante imporre la sua volontà, nonostante i poteri che gli erano stati conferiti.” Quarti

-“Lasso tute le laudi che si diè/dar al Colonna, a la fama imortal/che con la so destra conquistè.” (Da un canto sulla battaglia di Lepanto riportato dal Quarti)

-“Summo natura loco et magnae habitum potentiae.” G.A. Guarneri

-“Il trionfatore dei turchi, ed il più famoso tra i tanti eroi della sua illustre prosapia.” Ratti

-“Fu di grande statura: di carnagione alquanto bruna, d’occhi neri: e di barba simile.” Totti

-“Nello stesso 1577 egli mostrò di non voler continuare la politica in favore dei nobili dei suoi predecessori, facendo arrestare il marchese de la Favara, che aveva fino ad allora agito senza temere di nessuno. Il suo modo reciso di procedere offendeva o danneggiava personaggi altolocati, fra cui egli si faceva nemici. Così in breve si inimicò con Diego Enriques, nobile iberico-siciliano; così si alienò Geronimo de Cordova e il duca di Sessa, il duca di Medina di Riosecco, i quali andarono a costituire e ad alimentare un partito anti-Colonna, già formatosi in Spagna alla sua nomina. Un altro nemico potente si procurava nel 1579 nel duca di Terranova, accusandone la sorella di veneficio nei confronti del marito. Anche con i suoi ministri iberici, il conservatore Estevan de Monreal e il consultore Taboada, il viceré ebbe relazioni pessime, che gl’impedirono di instaurare con loro un rapporto di proficua collaborazione. Un atteggiamento duro, che gli procurò altre inimicizie, fu quello avuto dal Colonna nel suo tentativo di reprimere il banditismo, che aveva potenti connivenze. Specie durante il primo periodo del suo viceregno si eseguirono parecchie condanne capitali, che egli rifiutò di mitigare. Riuscì ad assicurare alla giustizia anche due banditi famosi, Girolamo Colloco, che fece giustiziare, e Rizzo di Saponara, che però fu avvelenato prima che potesse essere giustiziato.” F. Petrucci

“Ebbe anch’egli molti processi, da cui non apparisce esente da’ quei vizi, dei quali era accusato suo padre (Ascanio). Ribelle al Papa fu processato, scomunicato, condannato contumace a morte; e altre condanne ebbe pure per angherie a danno de’ suoi vassalli di Nettuno. Tenia varie firme, una ben diversa dall’altra, secondo gli affari, di cui doveva prender più o meno responsabilità. Invitato una volta a riconoscere la propria sottoscrizione, giurava avanti il giudice che non era sua, mentre i suoi segretari, già prima avevano attestato di riconoscerla…E’ noto come Marcantonio Colonna abbia avuto nella sua vita dei grandi contrasti, sia stato talvolta ingiuriato, qualificato per pazzo, perseguitato, e a sua volta accusato presso il Governo spagnuolo mentre esso si portava ad esso per difendersi, un veleno, a quanto si crede da tutti gli storici, troncavagli la vita.” Bertolotti 

“Le spiccate doti militari, la sua sfrontatezza unita spesso ad una buona dose di arroganza e ad un ardore emergente in ogni sua manifestazione, rappresentavano sicuramente gli elementi peculiari della sua figura. Lo storico Paolo Giovio, che lo conosceva bene per averlo seguito e celebrato in alcune battaglie dell’epoca, ce lo descrive con occhi terribili, una fronte accigliata, ancor più evidente e marcata in tenuta militare, e con un atteggiamento spavaldo ed arrogante da incutere paura, oltre che alla capacità di mostrare vigore d’animo e aria bellicosa.” Mancini

Immagine: https://en.wikipedia.org/wiki/Marcantonio_Colonna#/media/File:Marcantonio_II_Colonna.jpg