“Al pari dell’omicidio, la pirateria è una delle più antiche manifestazioni umane di cui si conservano tracce.” Philip Gosse
PREMESSA
Per David Albulafia il Mediterraneo è noto in inglese e nelle lingue romanze come il mare “tra le terre”. Per gli antichi greci il mare rappresenta l’instabilità e la precarietà dell’esistenza umana. “Non esiste, nel mondo antico, una poesia che celebri la bellezza del mare. Tutti ne cantano piuttosto la vastità terribile, l’insidiosa grandezza.”(Ieranò). Per i romani il Mediterraneo è il “mare nostrum”, per i turchi il “mar bianco” (Akdeniz), per gli ebrei il “grande mare” (Yam gadol), per i tedeschi il “mare di mezzo” (Mittelmeer) e, forse, come “grande verde” è chiamato dagli egizi. Solo nel Cinquecento la cultura occidentale comincia a considerarlo come una fonte di vita fondamentale per la civiltà e non come un luogo di morte, in cui convivono molteplici attività, tutte negative, quali l’insidia della navigazione, un intenso traffico piratesco ai danni del commercio marino e le razzie a terra finalizzate al traffico degli schiavi. “Al pari dell’omicidio, la pirateria è una delle manifestazioni umane di cui si conservano tracce” (Gosse). Recenti ricerche storiche rivelano che verso il 1200 A.C. il Mediterraneo orientale è stato tormentato da instabili alleanze di mercenari e pirati, all’occorrenza capaci di schierare flotte ed eserciti atti a saccheggiare i centri costieri della Grecia e della Siria come Pilo e Ugarit. Omero, in un brano dell’Odissea, narra di una sfortunata azione compiuta da Ulisse sulle coste egiziane, alla maniera “dei pirati che, come ricorda Tucidide, svolgevano un’attività a quel tempo non indegna di uomini dabbene.” (Bettalli).
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