Barbarossa Arouj

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AROUJ BARBAROSSA (Arouj Rais, Arudji barbarossa, Arug Barbarossa, Ourudge Barbarossa, Oruccio Barbarossa, Horuc, Omiche, Oruche) Di Mitilene. Di padre greco (o albanese) e di madre andalusa. E’ probabile che entrambi i genitori siano stati di origine ebraica. Fratello di Kheir-ed-din. Arouj è il maggiore dei due fratelli Barbarossa. Signore di Algeri.

1473 – 1518 (maggio)

 

Anno, mese

Stato, in proprio

Avversario

Azioni intraprese ed altri fatti salienti

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E’ figlio di un vasaio greco di nome Jacob, di religione cristiana, che vive a Mitilene (Mitilini). Solo uno storico francese lo crede figlio di un nobile transalpino, della casa d’Authon, rimasto a Mitilene dopo un conflitto. Giovane, diviene volontariamente musulmano; si arruola a bordo di una nave pirata turca e presto ottiene un posto di comando nell’ Egeo. Diviene corsaro, combatte i cavalieri di Rodi; é catturato al largo dell’isola di Candia (Kriti) dalla galea “Nostra Signora della Concezione”, in uno scontro in cui rimane ucciso il fratello Elias. Viene condotto a Rodi (Rodhos) come schiavo ed è condannato al remo. Dopo due anni di cattività riesce a fuggire durante una tempesta che coglie la galea dei cavalieri (della cui ciurma fa parte) vicino alla costa turca; si libera dal remo, ferendosi al tallone con un coltello che si è procurato per liberarsi dalle catene, e si getta in mare. Secondo un’altra versione, Curcut, bey di Antalya, lo riscatta con altri 40 corsari dalle mani di Pierre d’Aubusson. Libero, Arouj si congiunge a Mitilene con il fratello Kheir-ed-Din. Naviga nella squadra di Camali.

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In proprio

 

Riesce a farsi nominare pilota di una galea corsara che viaggia di conserva con un brigantino. Uno dei due armatori muore all’isola di Tenedo (Imros). Arouj Barbarossa si ammutina con alcuni amici, uccide il secondo proprietario a colpi di ascia e ne getta il cadavere in mare. I marinai lo acclamano capitano della galea mentre il comando del brigantino viene dato al fratello. Questa secondo le fonti spagnole è la sua nascita ufficiale come corsaro. Le cronache musulmane, al contrario, non riportano tale episodio: narrano come  Barbarossa si imbarchi a Satalia (Antalya) su una galeotta comandata da Alì Rais; si metta al servizio dl sultano d’Egitto e gli venga dato il comando di un’imbarcazione. Attaccato da navi cristiane, la sua galea è incendiata; riesce, in ogni caso, con parte dell’equipaggio a salvarsi a nuoto. Ad Antalya, infine, si pone al servizio di un fratello del sultano di Costantinopoli (Istanbul), Curcut o Kir-Kir Jan, che gli dà il comando di una delle sue galeotte. Comunque sia, (anche se sembra più verosimile la prima ipotesi), Arouj Barbarossa si dà alla guerra di corsa autonomamente; si dirige verso Rodi con una galeotta di 18 banchi e ne desola il litorale. Inseguito dagli avversari, alla fine è costretto ad allontanarsi. Si collega con Piali Bey, amico del bey di Antalya; da Smirne (Izmir) si porta a Magnesia (Monesa) in Anatolia (Anadolu), e da qui scorre lungo il litorale pugliese. Cattura 2 navi cariche di mercanzie e di denaro. Rientrato in Grecia, diviene ricco con la corsa. Guida 2 galee nelle acque di Negroponte (Evvoia), ove si imbatte in 3 galeoni ed in un’altra nave cristiana; dopo averle conquistate punta su Mitilene dove, nel frattempo, si è rifugiato Curcut per timore del sultano di Costantinopoli. Non sbarca nell’isola per non essere scambiato come partigiano del sultano di Antalya. Prende le sue 2 galee ed una nave catturata (le altre sono date alle fiamme) e si dirige verso il Cairo. Si offre al servizio del sultano dell’Egitto cui invia in dono alcuni giovani: disarma le sue navi e si ferma colà tutto l’inverno. Con l’arrivo della primavera riprende la navigazione; punta ancora verso Ponente. Scorre nelle acque siciliane; a Lipari avvista una nave che sta trasportando a Napoli 300 soldati spagnoli, fra i quali vi sono 60 gentiluomini con mogli e figli. Insegue il bastimento per tre giorni; ne tenta l’ abbordaggio. Gli storici spagnoli ritengono che la resa sia stata facilitata da un traditore genovese, un quartiermastro della nave, accordatosi con Arouj Barbarossa durante il combattimento.

1503

In proprio

 

Si ricongiunge con il fratello e si impadronisce dell’isola di Gerbe (Djerba) presso la costa tunisina, un approdo sabbioso, coronato di palme, con una sicura laguna di acque profonde nella parte verso terra. 

1504

 

 

 

Primavera

In proprio

 

Si trasferisce a Tunisi con il fratello; conclude un accordo con il re Abu Abdallah Mohammed V, appartenente alla dinastia hafsida (Beni Haffs). Costui si impegna a fornirgli il suo aiuto in cambio di un terzo del bottino frutto delle razzie, anziché dell’usuale quinta parte. La percentuale sarà in futuro ridotta non appena egli si sentirà abbastanza forte da potere dettare nuove condizioni. Un buon guadagno è ricavato dalla cattura di un bastimento francese carico di panni; con il fratello, lo spedisce a Costantinopoli per mezzo di Muhieddin Rais, nipote di Camali. Ottiene in compenso dalla Porta 2 galee ed alcuni caffetani.

Estate

In proprio

Chiesa Spagna

Si spinge a nord. Alla testa di 4 fuste intercetta presso l’isola d’Elba una galea pontificia che, agli ordini di Paolo Vettori, sta trasportando da Genova a Civitavecchia merci preziose. I corsari abbordano la nave e se ne impossessano.  Barbarossa ordina ai prigionieri di svestirsi e consegna i loro abiti ai suoi uomini, che sono collocati nei punti più in vista della galea; prende poi a rimorchio una propria nave per fare credere ad una seconda galea pontificia, ferma nei pressi, che il legno papale ha fatto una preda. Lo stratagemma si conclude felicemente con un secondo abbordaggio. Oltre i 112 prigionieri d’ogni età, vengono catturati alcuni giovani, uomini di chiesa e ricchi mercanti. Per tutti costoro è richiesto un riscatto di 200000 ducati. Con la galea pontificia a rimorchio transita tra le rocciose isole di Montecristo e del Giglio. Al largo dell’isola di Lipari, alla testa di 3 navi con il fratello, cattura dopo un giorno di inseguimento un’ imbarcazione spagnola, la “Cavalleria, in rotta verso Napoli dalla Spagna. A bordo vi sono 300 soldati, 80 marinai e 60 cavalieri aragonesi; il carico consiste in alcune centinaia di balle di stoffa. La nave è in avaria a causa di un fortunale: il galeone viene preso all’abbordaggio: i corsari trovano che i soldati non oppongono resistenza perché stanno male a causa del mal di mare e l’equipaggio disposto in quadrato con la bandiera bianca. Le armi sono nelle rastrelliere. Da ultimo, Arouj Barbarossa, dopo essere rimasto ferito in combattimento, devia la rotta per scivolare tra la Sicilia e la punta meridionale della Sardegna in direzione di Tunisi.  Provvede a demolire a La Goletta le sue navi ed alcune prede, fra cui la poco maneggevole galea pontificia, che viene smontata per ricavarne materiale per la  costruzione di nuove imbarcazioni più adatte alle consuetudini della guerra di corsa barbaresca. Sono così allestite 2 robuste galeotte.

1505

In proprio

Spagna

Fa vela verso le coste della Calabria: respinto da alcune galee amalfitane, deve ritirarsi.

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In proprio

Spagna

Scorrazza intensamente dalla foce del Guadalquivir al golfo del Leone.

1510

 

 

 

Gennaio In proprio Francia
Scorre nei pressi di Capo Passero. Si pone inutilmente alla sua caccia il corsaro francese Bernardino d’Ornesan.

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E’ uno degli uomini più ricchi di tutto il Mediterraneo. Possiede 8 galeotte. Lascia La Goletta per contrasti con il bey di Tunisi e raggiunge Djerba dove si trasferisce con il fratello. Si installa in tale località in quanto il mare è più profondo e maggiori sono le possibilità di manovra per le sue imbarcazioni.

1511

In proprio

Spagna

Contrasta gli spagnoli del re Ferdinando il Cattolico tesi alla conquista di Orano (Oran), di Bougie (Bejaia) e di Algeri. Con il fratello arma 10 navi per scorrere sulla costa africana. Si trasferisce ad Algeri. Nell’agosto una flotta di 60 imbarcazioni, agli ordini suoi e del fratello, punta decisa alla rada di Calamizzi, nei pressi di Reggio Calabria. I corsari riescono ad entrare nella città, saccheggiano ed incendiano ogni cosa. Al termine della scorreria caricano beni e prigionieri sulle loro navi e riprendono indisturbati il largo. I danni sono tali che il viceré di Napoli Raimondo di Cardona è costretto ad accordare agli abitanti superstiti l’esenzione dai tributi per due anni.

1512

 

 

 

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Comanda con il fratello 12 grosse galeotte: 8 sono di sua proprietà mentre le altre 4 appartengono ad altri capitani turchi. A sua disposizione si trovano pure 1000 fanti. Nello stesso periodo si muove alla ricerca di un nuovo protettore al posto del re di Tunisi, il sultano di Costantinopoli Selim I, detto il Crudele. Il sultano intravede nella richiesta di Arouj Barbarossa l’opportunità di espandere la sua influenza in Levante. Accetta in vassallaggio il corsaro, gli fa avere del denaro, gli dona 2 galee e, soprattutto, lo fornisce di artiglierie pesanti, necessarie per espugnare centri fortificati. Un migliaio di giannizzeri, infine, si collega con le sue truppe.

Luglio agosto

In proprio

Spagna

Risponde all’appello del re di Bougie Mulay Abderrhman, scacciato dagli spagnoli dal trono due anni prima ed andatosi a rifugiare sulle montagne. Lascia Djerba per assalire Bougie, distante 500 miglia: il viaggio dura sui quindici giorni a remi. Giunge di fronte alla città con 12 galeotte che trasportano numerosi pezzi di artiglieria ed un migliaio di turchi; ad essi si uniscono 3000 berberi al seguito del re detronizzato. Ad agosto entra nella baia. La guarnigione spagnola si rinchiude nella cittadella. In otto giorni di bombardamento la torre, principale difesa del luogo, fatta costruire da Pietro Navarro, viene distrutta per più di metà. Una mina provoca una breccia in un tratto delle mura. Nel successivo assalto, a causa di un colpo di cannone (o di una palla di archibugio, secondo le fonti) gli è tranciato il braccio sinistro all’altezza del gomito. Portato ferito sulla sua nave, è costretto a ritirarsi verso Tunisi. Durante il viaggio di ritorno i suoi uomini si impossessano di una galeotta genovese, allontanatasi imprudentemente dal resto di un convoglio, per puntare sull’isola di Tabarca, controllata dai Lomellini. E’ trasportato a Tunisi, dove tra i cristiani residenti  vi sono alcuni medici cristiani. Costoro effettuano un intervento chirurgico amputando ad Arouj Barbarossa un braccio: l’arto è sostituito con una protesi d’argento snodabile: da qui nasce il suo soprannome di “Braccio d’argento”. La sua convalescenza dura quasi un anno. Il comando dei corsari è assunto nel frattempo dal fratello.

1513

In proprio

Spagna

Con il fratello esce in crociera con le sue navi ed altre 7 fornite dal re di Tunisi. Si sposta sulla costa di Valencia e si appropria di 4 barche di pescatori; cattura gli equipaggi e si avvicina ad Alicante. Si imbatte in 2 galeotte spagnole vicino a Santa Pola, nei pressi di Malaga. Le 2 navi scambiano la sua squadra per le galee di Sicilia in crociera nei paraggi agli ordini di Mosen Berenguer Doms; si avvicinano ai legni corsari ed una è catturata. Il capitano Doms si mette invano alla caccia dei corsari.

1514

 

 

 

Marzo estate

In proprio

Genova

Sue navi catturano un’imbarcazione di Oneglia e, dopo averla depredata, la abbandonano alla Gorgona. Il legno è condotto a Santa Margherita Ligure. Nell’estate sono respinti due su tentativi di impadronirsi di Bougie.

Agosto novembre

In proprio

Spagna Genova Spagna

Ripete il piano d’attacco a Bougie secondo lo schema utilizzato due anni prima. Imbarca sulla sua flotta più di 3000 turchi e di notte assale la guarnigione spagnola di Bougie. Sono date alle fiamme le imbarcazioni trovate nel porto; in pochi giorni è raso al suolo dalle artiglierie un piccolo forte che difende il porto; assedia il secondo castello che sorge anch’esso sulla spiaggia. Il re di Spagna invia Miguel de Gurrea, viceré di Maiorca (Mallorca) in soccorso della località (per alcune fonti Martin de Renteria). Costui si imbarca a metà mese su 5 navi con 3000 fanti; la bonaccia gli impedisce di proseguire rapidamente, sicché è in grado di raggiungere la costa africana solo dopo otto giorni di navigazione. E’ rifornito di truppe il castello grande sul porto che ancora resiste. Subito entrano nella rada una nave sarda ed altri bastimenti. Arouj Barbarossa attacca una volta di più la fortezza ma ne viene sempre respinto. Dopo un ultimo attacco portato ai primi di novembre in cinque punti, decide di ritirarsi, anche perché con l’avvento delle prime piogge gli alleati berberi incominciano ad abbandonare le operazioni per dedicarsi ai lavori dei campi.  Arouj Barbarossa punta allora su Gigeri (Djidjelli), 40 miglia ad est di Bougie. Se ne impadronisce a spese dei genovesi, vi fa prigionieri 100 uomini del presidio e trasforma la località in sua base operativa. Gli abitanti lo accolgono con favore: i patti fra costoro ed il corsaro rispecchiano uno schema consueto, secondo il quale un decimo del prodotto agricolo locale deve andare ad Arouj Barbarossa ed ai suoi uomini. Costituisce con il fratello un suo stato, formato sì da un territorio molto limitato, ma nello stesso tempo strategicamente importante per il reclutamento di marinai e soldati. Con il tempo che volge al bello le sue 12 galeotte prendono il largo: Si spargono nella vasta zona di mare tra la Sicilia, la Sardegna, le isole Baleari e la Spagna. Raggiunto il luogo stabilito, 60/70 miglia a sud di Capo Spartivento, le navi corsare si mettono alla caccia delle loro prede. Sono catturati 3 grossi mercantili che stanno rientrando in Spagna. Le imbarcazioni vengono rimorchiate a Djidjelli prima che abbiano inizio le tempeste invernali. Per solennizzare il fatto agli abitanti della località è concessa una distribuzione gratuita di viveri.

1515

 

 

 

Primavera

In proprio

 

Sconfigge una tribù berbera, guidata dal re Ebu el Cad. La testa di costui è collocata sulle mura di Djidjelli.

1516

 

 

 

Febbraio agosto

In proprio

Spagna

A fine gennaio muore a Madrigalejo il re di Spagna Ferdinando il Cattolico. La sua scomparsa offre ad Arouj Barbarossa l’occasione per coprirsi di gloria agli occhi del mondo musulmano. Il sovrano di Algeri Salim-ed-Tevimi (Eutemi), un beduino di Bildah, chiede il suo aiuto per bloccare gli spagnoli che occupano la fortezza del Pennone di Velez de la Gomera, costruita su un’isoletta nel porto di Algeri. Il corsaro accetta l’alleanza preparandosi in segreto in modo da condurre l’azione a proprio favore. Quando scoppia in Algeria la guerra di successione  Arouj Barbarossa marcia sulla capitale con 800 giannizzeri, 3000 uomini reclutati fra i suoi sudditi ed altri 2000 volontari mori; il fratello lo affianca dal mare con 18 galeotte e 3 galee cariche di cannoni. A 45 miglia da Algeri si trova il piccolo porto di Cherchell; ottiene la sottomissione della località. Per non  insospettire Salim-ed-Tavimi inizia l’assedio della fortezza del Pennone, che viene bombardata per venti giorni. Entra in Algeri, un giovedì mattino, penetra furtivamente nel palazzo di Salim, sorprende quest’ultimo mentre si trova nell’hammam, dove si sta bagnando per prepararsi a visitare la moschea, e lo strangola con un asciugamani che trova sul posto (per altre fonti, lo uccide a colpi di pugnale trafiggendolo al cuore. Ufficialmente, Salim risulta essere deceduto per un attacco apoplettico dovuto al calore del bagno turco). Arouj Barbarossa si autoproclama nuovo re  di Algeri. Secondo un’altra versione, Salim, timoroso della sua sorte, fugge in un primo tempo sulle montagne vicine; gli viene proposto un incontro nella città. Si presenta ed è impiccato con il suo turbante alla porta orientale di Algeri. Il figlio di Salim fugge ad Orano dove ottiene la protezione degli spagnoli. Dell’uccisione di Salim saranno, di seguito, accusati un ministro del Barbarossa e 30 altri complici: tutti saranno fatti da lui uccidere per coprire la sua trama. Gli arabi saranno cacciati da tutti gli uffici pubblici e verranno sostituiti con turchi o stranieri. Barbarossa obbliga la popolazione a sottomettersigli in quanto vassallo del sultano ottomano Selim I; cerca pure di avere nel suo harem la vedova di Salim, Zaffira; la donna preferisce darsi la morte con il veleno piuttosto che cedere ai suoi desideri. Per vendetta  Barbarossa farà strozzare tutte le persone vicine all’ex-regina e farà credere agli abitanti che la donna sia fuggita dalla città. Nasce una congiura ai suoi danni organizzata dai notabili algerini: il corsaro entra nella moschea principale, dove si è radunata per pregare l’intera popolazione maschile. Fra i presenti vi sono anche i cospiratori. E’ venerdì. Fa chiudere le porte della moschea dai suoi soldati;  fa inginocchiare e decapitare 20 fra i principali cittadini. I loro corpi e le loro teste sono gettati nelle strade prima di essere esposti sulle mura; i loro beni sono confiscati. Il terrore induce tutti gli altri congiurati a chiedere perdono ed a giurare fedeltà alla sua persona. Ossessionato dalla paura di un complotto, si circonda di guardie che hanno il compito di perseguire ogni minimo sospetto e di procedere alle esecuzioni sulla pubblica piazza. I giannizzeri ed i corsari mettono a sacco la città, stuprano le donne, giustiziano tutti quelli che sembrano opporre resistenza, svaligiano abitazioni e magazzini senza che Arouj  Barbarossa faccia alcunché per placare la loro furia. Di seguito si accinge ad assediare la guarnigione spagnola del Pennone di Algeri.

Settembre ottobre

Algeri

Spagna

Il cardinale Jiménes de Cisneros, capo del consiglio di reggenza spagnolo del giovane re Carlo I (il futuro imperatore Carlo V), fa partire a fine mese da Cartagena un’armata di 80 navi, con 8000 veterani a bordo, agli ordini di Diego de Vera, sia per portare soccorso agli assediati del Pennone, sia per passare alla conquista di Algeri ed a rimettervi sul trono il figlio di Salim-ed-Tevimi. La spedizione avrebbe dovuto usufruire dell’ aiuto di capitribù dell’entroterra maghrebino determinati a togliere al corsaro il dominio su Algeri. Informato dalle sue spie Arouj Barbarossa fa rafforzare le difese cittadine. Il comandante spagnolo, appena sono sbarcati i suoi uomini, commette il grave errore di spedirli contro la città divisi in quattro colonne. Turchi, arabi e mori ne approfittano per sconfiggere una schiera alla volta. La cavalleria berbera, infine, termina la distruzione degli avversari senza che il presidio del Pennone possa intervenire in alcun modo.  I superstiti corrono confusamente a reimbarcarsi sulle navi: appena queste si muovono, una furiosa tempesta le assale mandandole a fracassarsi l’una contro l’altra o contro la spiaggia. Molti affogano in mare; coloro che si salvano a terra sono uccisi dai nemici o sono ridotti in schiavitù. 3400 sono nel complesso gli spagnoli morti: le loro teste, infisse su picche, orneranno per lungo tempo i sagrati delle moschee. Solo un quarto della flotta, con 1000 uomini, riesce a ritornare in Spagna: Diego de Vera, responsabile della vergognosa sconfitta, viene messo a morte a furor di popolo. Arouj Barbarossa, al contrario, consolida la sua posizione; non appena ha la sicurezza della vittoria ordina al fratello di armare le galeotte e di partire per mettere a sacco le coste dell’Andalusia.

1517

Algeri

Tunisia

Sulla fine del 1516 muore il re di Tlemcen Bou Sian (Abuter). Arouj Barbarossa approfitta dei disordini sorti a seguito di una grave crisi successoria. Gli muove guerra, sollecitato dagli algerini, Amid-el-Abid, re di Ténès. Quest’ultimo lo attacca alla testa di 10000 mori e di molti arabi del paese, armati per lo più di archi.  Arouj Barbarossa lascia il governo di Algeri al fratello Kheir-ed-Din e con 1000 archibugieri turchi (giannizzeri per lo più di origine albanese), i beduini delle tribù dell’interno e 500 moriscos (mori fuggiti da Granada) annienta la cavalleria leggera berbera; insegue Amid e lo costringe a fuggire sul Monte Atlante. Entra in Ténès e se ne fa riconoscere re.

1518

 

 

 

Primavera

Algeri

Tlemcen

Gli abitanti del regno di Tlemcen gli offrono la sovranità del loro paese. Arouj Barbarossa accetta la loro proposta; lascia a Tunisi il fratello Ishak con 200 turchi e molti mori e si mette in marcia verso la località. Nella valle del Chéliff riporta una vittoria strepitosa; a quattro leghe da Orano mette in fuga i guerrieri dello sceicco di Tlemcen Mulay Baudola. Costui si rifugia nella sua città e viene ucciso dagli abitanti in rivolta. La testa dello sceicco è inviata al Barbarossa insieme con le chiavi della città. Il corsaro ne fa mettere a morte i sette figli e, come d’abitudine, fa appendere i loro corpi sulle mura. Si salva solo un nipote, lo sceicco Buhammud, che ripara ad Orano. Arouj Barbarossa, dal canto suo, rafforza le difese di Tlemcen e si allea con il re di Fez (Fès) Muley Hamet.

Maggio

 

 

Carlo V giunge ad Orano dove si trova sempre lo sceicco Buhammud. Il governatore di Orano Diego Fernandez de Cordoba, marchese di Comares, unisce le sue forze  con quelle di Buhammud. Insieme muovono contro Arouj  Barbarossa con 10000 fanti; con costoro si aggiunge anche il figlio di Salim-ed-Tevimi, al comando di molti beduini e mori. Barbarossa è abbandonato dal re di Fèz che non gli invia le truppe promesse. Il corsaro non si perde d’animo e con 1500 archibugieri turchi e 5000 mori a cavallo si appresta a contrastare gli avversari. Dopo venti giorni di assedio si ritira nottetempo da Tlemcen con i soldati turchi per dirigersi alla volta di Algeri. Per ritardare l’avanzata dei nemici dissemina per strada il frutto delle sue razzie (monete, gioielli, oggetti preziosi). Nonostante ciò l’ inseguimento ai suoi danni continua; viene raggiunto dal marchese di Comares al fiume Huexda, a otto miglia da Tlemcen; supera un corso d’acqua, il Rio Salado, con l’avanguardia. Lo riattraversa senza esitare per sostenere la retroguardia rimasta sull’altra riva. Battuto, muore in combattimento coperto di ferite. Gli spagnoli fingono di accettare la resa degli ultimi sopravvissuti fra gli avversari, salvo ad ucciderli tutti in un secondo momento. Sono catturate 7 bandiere e sono liberati dalla schiavitù 60 cristiani. La testa gli sarà spiccata dal busto da Martino Arjote; questa verrà sottoposta ad un processo di imbalsamazione, sarà issata su una picca, sarà portata in processione ad Orano per essere, alfine, esposta sulla porta grande della cinta muraria prima di essere mostrata alle tribù. Il corpo del Barbarossa verrà inchiodato al muro a Tlemcen, tra 4 torce che bruceranno a lungo, notte e giorno. La sua testa farà il giro delle principali città marittime della Spagna. A Fernandez de la Plata, il capitano che gli ha sferrato il primo colpo di spada, verrà conferito un titolo nobiliare: la sua impresa raffigurerà la testa del corsaro, la sua scimitarra ed il suo stendardo. Il de la Plata donerà il caffettano del Barbarossa al monastero di San Girolamo di Cordoba. Arouj Barbarossa è il protagonista di un dialogo immaginario nell’aldilà con il cavaliere tedesco Kunz von Kaufungen (Dialoghi nel regno dei morti), pubblicato a Bologna nel 1817 dall’abate Lorenzo Ignazio Thujles, avente come oggetto la pretesa differenza tra i termini corsaro e pirata.

CITAZIONI

Egli era molto alto ma ben proporzionato e robusto. I suoi capelli e la sua barba erano assolutamente rossi; aveva gli occhi vivi e accesi, il naso aquilino o romano e la carnagione tra il bruno e il bianco.” Gosse

-“(Detto) Braccio d’Argento, ..un bandito assetato di sangue.” Lingua

-“Piccolo, nervoso, scattante, con un’aria ardita nel volto olivastro terminante in una barbetta nera appuntita.” Panetta

-“Furono famose le prove d’Orutio; che tratti i natali da vili principii, compite con gran felicità diverse imprese nel Africa, si fece re d’Algieri.” Sagredo

-Con il fratello “Acquisirono la fama di grandi condottieri, tanto crudeli quanto coraggiosi. Buoni strateghi, ma capaci anche di prendere la sciabola in mano e andare a combattere in prima linea.” Heers

-“D’un caractère entreprenant et résolu.” De Rotalier

-“Quippe in Italia, Hispana, Gallica et Africana littora saevissime infestarat.” Raynaldo

-“Lasciava la fama di valoroso non men che terribile corsaro, indomito e tenace nei suoi divisamenti; che le mire ambiziose lo avevano tratto ad agir fieramente, lo spingevano altresì a compiere i disegni ed a mostrare il talento di un vero conquistatore.” Murad

-“Qualsiasi difetto potesse avere, egli era soprattutto una personalità eccezionale, un vero “uomo d’azione”…Ritenuto e stimato..come il più valoroso e intraprendente dei condottieri.” Bradford

-“Aruj Barbarossa, secondo la testimonianza di coloro che lo ricordano, morì all’età di quarantaquattro anni. Non era di statura molto alta, ma aitante e di costituzione robusta. Aveva capelli e barba intensamente fulvi; due occhi scintillanti e pieni di vita dallo sguardo mobilissimo; un naso aquilino, come quello dei romani antichi; il colorito chiaro sotto l’abbronzatura. Era un uomo molto coraggioso, risoluto, audace, magnanimo, intraprendente, estremamente generoso, per niente sanguinario se non nell’ardore di una mischia, crudele solamente quando veniva disubbidito. Era molto amato, temuto e rispettato dai suoi soldati e dai servi, e alla sua morte fu da questi amaramente pianto e rimpianto. Non lasciò né figli né figlie. Trascorse quattordici sulla costa barbaresca, durante i quali produsse danni inenarrabili a tutto il mondo della Cristianità.” De Haedo

-“Demon pernicieux.” Dan

-” Doué d’une vive intelligence et d’un grand esprit d’entreprise…Ses hommes (l’) appelaient Baba Uruj (Papa Uruj)..Il est exact que les Italiens l’avaient surnommé Barba-rossa, Barbe-rousse, parce que son système pileux était de plus beau roux..On allait..le considérer comme le plus grand capitaine de son temps…il n’était ni trop grand ni trop petit, ce que l’on peut appeler de taille moyenne, mais très robuste, solidement carré, bien “planté” sur des jambes courtes et musclées. Plus du type lutteur que du coureur, les pectoraux et les dorsaux saillants à la façon des lutteurs turcs. Son surnom de Barbe-rousse n’était pas démenti par ses cheveux et sa barbe du plus beau roux qui se put concevoir et son teint clair était parsemé de taches de rousseur qui sur la fin de sa vie furent amennisées par la peau cuivrée par le hale du grand large. Ses yeux étaient vifs, pétillants, pleins d’une malice qui dénotait son intelligence. Son nez était large et ses lévres sensuelles dominaient un menton volontaire. Il était d’une énergie peu commune, doté d’un esprit de détermination touchant à la témérité. Son intelligence était vive quoique dominée par un esprit de décision spontanée..A l’occasion magnanime, il haissait cependant tout ce qui aurait pu ressembler à de la faiblesse. Prodigue à l’occasion envers ses maitresses et ceux qui le servaient bien, il n’aimait pas cependant se montrer inconsidérablement dépensier..religieux par tradition et par son esprit politique, il n’appartenait pas à la categorie des dévots, mais respectait le Coran. Ses soldats et ses domestiques le respectaient et le craignaient avec autant de force, y melant un amour fait de dévotion et de passion…Les annales de l’époque (per la cattura delle galee pontificie) firent mention de son exploit dans toutes les capitales européennes. On allait meme jusqu’à le considérer comme le plus grand capitaine de son temps.” Coulet du Gard

“Los testimonios contemporaneos lo describen como hombre de poca estatura, pero bien proporcionado y de contextura atlética, ojos vivos y brillantes, nariz aguilena, tez no muy morena, destacando sobre el comun de los hombres a causa del color completamente rojo de su cabello y barba.” Masia de Ros

-“Era hombre de animo…De un hombre barquero, comitre y timonero, vino a tener una galea y quatro fustas suyas a ser capitan de otras, y mas que de Jornalero y aun de ganapan vino a ser rey de Argel y de Tenez y tambien de Tremcen: de tan bajo prinçipio encumbro su nombre y fama en loque hoy la tiene.” Lopez de Gomara

-“His end was sufficiently notable to be celebrated in Spain by a heroic poem in 1796 and by a tragedy, which in 1827 was played at the court theatres. From the various claimants to the distinction of killing him a Spanish knight was singled out and granted permission to incorporate in his arms the head of Aruj. A portrait, probably still extant, describes him with unusual correctness as “Premier Fondateur de la Régence d’Alger”. It has been said that his only comparable contemporary was Hernando Cortes. Another portrait reproduced early in the next century does not appear at all inconsistent with Lane-Poole’s verbal picture of the “gallant, impulsive, reckless, lovable soldier of fortune” or with haedo’s more detailed description.” Fisher

-“An adventurer who, with a motley following of untrained bandits and nomads, could overthrow a Spanish army was a phenomenon which the Christian States now began to eye with considerable anxiety…he was a man excessively bold, resolute, daring, magnanimous, enterprizing, profusely liberal, and in nowise blood thirsty, except in the heat of battle, nor rigoriously cruel but when disobeyed. He was highly beloved, feared, annd respected, by his soldiers and domestics, and when dead was by them all in general most bitterly regretted and lamented.” Lane-Poole

-“Y luego su hermano Jeredin, que de origen muy humilde llegaron a principios nuevos de un territorio, se convirtieron ya en su época, a partir de los anos finales de la primera década del XVI, en figuras polémicas y fascinadores de las que se contaban innumerables aventuras mas o menos ciertas, alabados o vituperados con pasion, en la linde entre el personaje historico y el legendario; hasta el punto de convertir su apodo comun, Barbarroja, en prototipo de corsario.” Sola

-“Uomo basso, forte e tarchiato sempre pronto a esplodere, con un anello d’oro all’orecchio destro e una barba rossa come i capelli, era un personaggio che ispirava ammirazione e terrore. Nella storia orale e nella produzione poetica del Maghreb, come tra gli oppressi musulmani di Spagna, era un Robin Hood islamico, dotato dei poteri talismanici di uno stregone. Correva voce che le sue risorse fossero illimitate, che Dio l’avesse reso invulnerabile ai colpi di spada, che avesse stretto un patto con il diavolo per rendere invisibile le proprie navi. Tali leggende erano accompagnate da strabilianti racconti di crudeltà efferate. Si diceva che Oruç avesse squarciato con i denti la gola di un cristiano e ne avesse mangiato la lingua, che con la scimitarra avesse ucciso cinquanta uomini, che avesse legato la testa di un Ospedaliere a una corda facendola roteare come una palla, finché i bulbi oculari erano esplosi…La nuova editoria a stampa dell’Europa meridionale sfornava orripilanti libelli che ne illustravano le atrocità, ed enormi somme venivano offerte a capitani marittimi per la sua cattura, vivo o morto che fosse.” Crowley

 -“Abile costruttore della propria immagine, egli alimentò una reputazione che lo descrisse predestinato a uscire illeso dopo ogni scontro. Un’immunità che egli ricondusse alla protezione soprannaturale: una forza derivante dalla presenza di Dio in ogni battaglia e reputata discendere da Lui quando a beneficiarne erano i veri credenti, dal diavolo quando accidentalmente ne godevano i loro nemici…Sembra certo che, più che all’aspetto fisiognomico, l’appellativo “Barbarossa” fu dovuto a motivazioni di ordine morale. L’impegno con cui Arudji si adoperò a favore dei profughi musulmani in arrivo dalla Spagna, che aiutò a mettersi in salvo con le sue navi, gli valse la deferente qualifica di Baba (padre), seguita dal suo nome, Arudji, che in ambiente nordafricano venne alterato in Horuç. Se ne conclude pertanto che il nome Barbarossa non sia altro che l’italianizzazione di “Baba-Horuç”. In ogni caso, occorre dire, che il capo corsaro, pratico dell’idioma italico, fu lesto a confermare tale epiteto davanti al pubblico internazionale del Mediterraneo. Si lasciò dunque crescere una folta barba che, a quanto viene riportato, fu effettivamente di un colore ramato, anche se non è da escludere l’ausilio della tintura. L’ispida barba rossiccia, che rendeva ragione del suo soprannome, faceva da cornice a un volto grifagno e maestoso, dalla pelle bianca, dominato da un naso adunco tra due occhi che come lame si conficcavano nello sguardo dell’interlocutore, spezzandone l’aggressività…Morì..all’età di 44 anni, il fondatore dello stato rinascimentale di Algeri, terrore della sponda cristiana del Mediterraneo. La preziosa veste di broccato cremisi che gli venne trovata indosso fu donata quale trofeo alla cattedrale di Cordova:..un’ex-moschea che era stata il più vasto edificio islamico di culto dopo la Kaaba alla Mecca, e che ora è un edificio di culto cristiano. Il drappo venne trasformato in mantello, posto sulle spalle di una statua raffigurante san Bartolomeo: qui rimase per circa 200 anni prima di scomparire, venendo correntemente chiamata dal popolo “la cappa di Barbarossa”. ” Pellegrini